giovedì 1 marzo 2018

Un settantenne malandato


Mio padre era comunista, mia madre invece fascista. La storia inizia in questo modo, una notte del 1945, a Roma. Io sono il risultato della loro unione, non dico perfino del loro amore. Infatti si trattò più che altro di uno scontro fortuito. Un figlio non voluto, ma capitato. Come tanti altri.
Da piccolo, tuttavia, il più delle volte ero molto coccolato: ero considerato un dono del Signore, date le premesse, anche se mio padre relativizzava sempre, non credendo molto nell’aldilà. Quando non c’era mia madre, era solito chiamarmi Karl mentre si accarezzava i baffi folti e lunghi. E lo stesso faceva lei, quando rimproverandomi per un non nulla mi strillava, con il braccio teso: Benito, attento a te!
L’equivoco di fondo, infatti, era stato sin da subito celato dal mio nome: non riuscendosi a mettere d’accordo, fecero un compromesso e mi chiamarono Democrazia.
Il problema è che io sono nato maschio e il nome si riferiva ad un sostantivo femminile. Ma loro, che la scuola non la frequentarono a lungo, non ci videro niente male a riguardo. Poco gli importava poi dei vicini di casa, degli insegnanti, dei compagni di scuola e delle loro famiglie. Dopotutto, erano molto orgogliosi della loro creazione e l’avrebbero difesa anche con l’uso della forza. Si, proprio l’uso legittimo della forza dissero un giorno.
La mia nascita è stata per loro un momento di pace e di armonia. Prima infatti, per quanto condividessero lo stesso tetto, si mal sopportavano. La vedevano diversamente su moltissime cose, quasi su tutto: dalla famiglia, al lavoro, passando per la religione.
Mio padre, in nome del buon proletariato, voleva dei figli ma solo per ricevere in cambio da loro un salario. Mia madre, nata per prendersi cura della casa, voleva invece dei figli da educare in un certo modo, avendo passato la maggior parte del suo tempo a ricamare, sin dal loro matrimonio, dozzine di camicie nere.
Anche sul tema del lavoro si scontravano spesso. Con mia madre che accusava il marito di essere poco ambizioso e mio padre che di rimpetto faceva notare alla moglie di essere stata persuasa sin da bambina unicamente al richiamo del manganello. Ma lui era un operaio e non un poliziotto o un guardiano notturno, ripeteva sempre.
Insomma, non senza molte difficoltà resistettero fino al giorno, come ho già detto, che venni al mondo io. Un maschio nel corpo di una donna. Un diverso, un esperimento.
Ad ogni modo, fu da quel momento che le cose andarono via via migliorando, almeno fino ad un certo punto.
Fino alla mia adolescenza, infatti, ricordo di non aver mai avuto grossi problemi, specialmente a casa. Giusto qualche tensione, se non proprio crisi, ma come in tutte le famiglie del resto.
Ricordo soprattutto quelle del 1977 e del 1980, anche se ormai ero già un adulto ed avevo portato a galla tutte le mie contraddizioni irrisolte dal 1968 in poi. Io per primo, e loro in un secondo momento, si erano improvvisamente resi conto che c’era qualcosa di profondamente contraddittorio ed irrisolto in me. E si erano convinti in qualche modo che il problema fosse legato al mio nome.
Così, prima lui e dopo lei, avviando delle consultazioni, vollero persuadermi di cambiare nome all’anagrafe. Non capendo che purtroppo la faccenda era un po’ più complessa. Il mio non era un nome come tutti gli altri: era stato già consegnato ai libri di storia.  I loro sforzi di chiamarmi Colpo di Stato (mia madre) e Internazionale (mio padre) risultarono dunque vani.
Tuttavia, quella fu una delle ultime occasioni in cui mi sentii vicino a loro. Fu nel 1982, poco dopo la vittoria della Coppa del mondo di calcio da parte della nazionale italiana, che interrompemmo, o quasi, i nostri rapporti. I miei, anche se ufficialmente non si erano mai separati, incontravano sempre maggiori difficoltà nel condividere ancora lo stesso tetto ed io, abbandonata la nostalgia degli anni felici, avevo ormai intrapreso una strada che guardava fuori i confini domestici.
Qualche anno più tardi, agli sgoccioli degli anni Ottanta, era il 1989, mio padre morì. Era malato già da tempo. Mia madre, ormai avanti con l’età, non assistette nemmeno al suo funerale ma lo vide dalla televisione. Fu un evento planetario. Mia zia mi raccontò un giorno di averla vista versare perfino una lacrima, che prontamente asciugò con un vecchio fazzoletto nero e liso sopra cui erano incise le iniziali B.M.
Non fu facile per lei in effetti, perché venne a mancare l’unico punto di riferimento della sua vita, quello attraverso cui, in costante contrapposizione, era riuscita a farsi delle idee.


Gli anni a seguire furono anni di trasformazione in cui, seppur non più giovanissimo, dovetti imparare decine di lingue differenti convivendo con le culture più disparate: francese, tedesca, spagnola, inglese, scandinava, greca, ungherese, polacca ecc.
Avendo vissuto da vicino l’esperienza conflittuale della mia famiglia, mostrai segni di perplessità circa la tenuta di questo complesso e precario sistema interculturale, ma essendo io per primo il risultato di un esperimento, non obiettai a lungo e acconsentii alla nascita della nuova Comunità. Era il 1993.
Due anni più tardi nacque il mio primo figlio, frutto dell’intesa bilaterale fra me e la mia partner francese. Lo chiamammo Erasmus, auspicando per lui un futuro fatto di internazionalismo e cooperazione.
Quando telefonai a mia madre per darle la notizia, chiedendole se avesse avuto piacere a conoscerlo, rispose inizialmente di sì. Ma i suoi toni si fecero via via meno entusiasti, per non dire freddi, quando le comunicai il nome e il colore della pelle. Erasmus infatti era nato con la pelle nera e sebbene fosse lo stesso colore a cui era stata affezionata sin dall’adolescenza, sua nonna non espresse più, in seguito, il desiderio di volerlo abbracciare.
Nel 1999 nacque il mio secondo genito, frutto dell’unione che stipulai con la mia nuova partner tedesca. Per lui scegliemmo un nome breve, Euro, anche se per metterlo al mondo ci volle parecchio tempo. Entrambi nel pieno della nostra maturità, io e la mia compagna incontrammo infatti non poche difficoltà per giungere alla fecondità del progetto. Ma ci riuscimmo.
Nel frattempo i rapporti con mia madre erano diventati praticamente inesistenti: lei non riusciva più a rintracciare niente di familiare in me e in tutto ciò che fino a quel momento avevo costruito, troppo moderno e progressista secondo il suo punto di vista. Lei che ancora ricamava a mano camicie nere, nonostante l’età quasi centenaria, e usava espressioni del tipo “se ci fosse ancora lui” e “c’è bisogno di un po’ di pulizia e olio di ricino”.
Ma i vecchi, si sa, sono dei nostalgici ed io non riuscivo ad avercela con lei nonostante i moltissimi episodi spiacevoli, quasi al limite della convivenza civile, contrari alla mia natura per certi versi incline al pacifismo. Tuttavia, era pur sempre mia madre.
Con il passare degli anni, le discussioni e i contrasti all’interno della mia (nuova) famiglia aperta e progressista non mancarono certamente. Il primo genito, Erasmus, andò via di casa molto presto, ma in fondo, a parte le continue richieste di denaro che ci faceva pervenire dalle parti più disparate del continente, non destava in noi troppe preoccupazioni. Gli ultimi aggiornamenti ci sono giunti da Madrid, dove risultava iscritto alla facoltà di Scienze politiche, anche se non sapevamo bene con quali risultati. Precedentemente infatti aveva già frequentato, salvo abbandonarle poco dopo, tre diverse facoltà.
Più problematico, sin da piccolo, fu invece il secondo dei miei figli, Euro, cresciuto velocemente e in modo quasi incontrollato. Particolarmente dotato in ambito scolastico, soprattutto nelle discipline tecnico-scientifiche, aveva mostrato sin dai suoi primi anni di vita un’insaziabile esigenza di autonomia e una riluttanza esasperata nel seguire qualunque tipo di regola. Le sue frequentazioni giovanili poi non lo aiutarono di certo, entrando in contatto con certi ambienti anarchico-monetari di stanza fra Bruxelles e Francoforte.
Il nostro ultimo scontro è ruotato attorno alla rispettive concezioni della politica, dell’economia e della società. Come la gran parte dei giovani, anche mio figlio tendeva ad ignorare gli insegnamenti della storia e giudicava tutto ciò che non avesse implicazioni tecnologiche, o con uno scarso impatto in termini di business, come un qualcosa di obsoleto e anacronistico. La filosofia, il diritto, la storia e l’arte erano, nel loro complesso, discipline inutili e da abolire. “Il mondo, papà, non è più come te lo immagini”.


Mi ritornavano in mente le parole di mia madre che scambiammo in occasione del nostro ultimo incontro: “tu sei troppo tollerante, questo è sempre stato il tuo problema. Persino tuo padre aveva più carattere di te”.
Pur ritenendo, alla luce dei fatti, quell’affermazione non del tutto errata, ormai gli eventi avevano preso un loro corso, per certi versi autonomo e inarrestabile, e consideravo abbastanza inutile interrogarsi sui comportamenti passati e sulle eventuali responsabilità.
Tutti i miei vecchi amici e colleghi stavano incontrando le stesse difficoltà con i loro figli, del resto, sospesi a metà tra la consueta e innata propensione all’integrazione e la nuova e irrefrenabile ondata di intolleranza repressiva. Sembrava di essere tornati ai tempi dell’instabilità che precedette lo scoppio delle due guerre mondiali, anche se all’epoca io e la mia combriccola ancora non eravamo nati.
Forse per questo motivo non riuscivamo più a dare, da qualche tempo, un’interpretazione agli eventi. Non sapendo che pesci pigliare, brancolavamo nel buio.
Ormai le nostre riunioni somigliavano sempre più a quegli incontri piuttosto patetici fra reduci e veterani della guerra. Solo che noi la guerra non l’avevamo mai combattuta e nemmeno vista da vicino. Il mondo era davvero cambiato e le nostre teorie e ricette non erano più efficaci per cercare di dargli una sistemata. Eravamo dei malati sul viale del tramonto: cercavamo a tutti i costi una cura ma non stringevamo tra le mani nemmeno una diagnosi precisa. Nessun medico e nessuna medicina facevano al caso nostro.
Qualcuno di noi, sopraffatto dagli eventi che la Storia in modo ciclico scaglia sulla Terra e sulle vicende umane, aveva finito per cedere alla liturgia del Terrore, quella incredibile messa in scena di barbarie e populismo che spinge le persone, specialmente i più poveri e disagiati, a farsi la guerra tra loro. Quelle stesse persone che ora ci minacciavano, a me e ai miei anziani compagni, avendo decretato anzitempo la fine della nostra gloriosa epoca.
Una guerra civile, scandita da parole come “razza” e “supremazia”, stava conducendo il mondo sull’orlo dell’oblio. Ed io, purtroppo, non ero attrezzato per questo genere di situazione.
Con i miei figli lontani, fisicamente o mentalmente, e mia moglie alle prese con una crisi di nervi, non mi restava che riallacciare un qualche rapporto con la persona che mi aveva creato, la sola che era rimasta in vita, nonostante i suoi cento anni passati. In fin dei conti, sembrava più attrezzata di me nell’affrontare scenari tanto violenti e irrazionali.
La sua longevità, unita alla forza di cui ancora disponeva, rappresentavano un fatto eccezionale. Io, più giovane di lei di trent’anni, ero messo molto peggio, malconcio e malandato come un pensionato scolpito in una poltrona reclinabile.
A ben vedere, anche se contrario ai principi della natura, era molto più probabile che fosse stata lei a seppellirmi. E non viceversa.
Mio padre era comunista, mia madre invece fascista. Mentre lui non poteva più essere niente, se non polvere, mia madre avrebbe continuato ad esserlo. E chissà per quanto tempo ancora.


Lorenzo Fois

mercoledì 7 febbraio 2018

Più Rai e meno Raiola

A Carnevale ogni scherzo vale. Per questo in molti pensano che la Sinistra abbia candidato Pietro Grasso, non è ancora chiaro se fritto o al forno. Ma poco cambia. Tanto ci sarà sempre un Adinolfi affamato con una scuola di danza nella panza. E poco importa se non rientra nell’inquadratura, perché Bruno Ceres si beve la scolatura. Voi direte che ci sono fatti più seri, tipo il crollo della Borsa o il ritorno di quelli neri. Qualcuno che sostiene che i fascisti di oggi non sono come quelli di ieri. Che poi sono gli stessi che dicono che i polli migliori sono quelli di Amadori.
Ma bisogna comprenderli i nostalgici in un certo senso, gli hanno insegnato a guardare il mondo da una prospettiva nuova. Dalla piazza allo smartphone il rischio che si corre è di riempire male gli spazi.
Così non resta che il Festival di Sanremo, l’italica competizione canora per eccellenza. Alla faccia di X-Factor e compagnia bella. Oggi l’unico Stato Sociale possibile si trova sul palco dell’Ariston. Peccato che non ci sia Calcutta, ma ancora un piccolo sforzo e arriveremo ai livelli del terzo mondo. Più Rai e meno Raiola. 

lunedì 18 dicembre 2017

Hanno sparato al vecchio

Qualcuno stanotte ha sparato due colpi di pistola ferendo gravemente all'addome Babbo Natale. Forse quest’anno per molti bambini non ci sarà speranza di vedere i regali sotto l’albero.
Gli inquirenti sono a lavoro ma seguiranno l’orario festivo in vigore: dalle 9 alle 13 lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 16 alle 20 martedì e giovedì. Sabato fascista e domenica In.
A coordinare le indagini saranno Gianni Togni e Mara Maionchi in diretta dal Forum di Assago. Per collegarsi via streaming occorre rivolgersi a Di Maio e Di Battista (Di Caprio era già impegnato). Il doppiaggio sarà curato da Gennaro Savastano.

Dalle ricostruzioni in atto sembra che a sparare sia stato un uomo tra i 30 e i 50 anni col volto coperto, appena sceso da un automobile prenotata col servizio di car sharing da uno smartphone sottratto qualche ora prima ad un corriere di Amazon che aveva percorso col motorino in meno di tre ore il tratto che collega Francoforte a Cosenza.
I primi sospetti ruotano attorno alla matrice terroristica, alla Camorra e a quanto pare dalle ultime indiscrezioni prende quota perfino una misteriosa pista cinese, ma sembra contraffatta.

C’è chi grida al complotto ordito dalla Befana, stanca delle molestie ricevute negli anni dal “vecchio panzone con la barba bianca”. Come altre star del mondo dello spettacolo, l’anziana signora ha confessato che fino ad oggi non ha mai sporto denuncia per paura di poter subire intralci alla carriera. “Temevo per la mia scopa” – ha rivelato all’Infarto quotidiano questa mattina.
Il tragico episodio, che ricordiamolo ha una rilevanza internazionale, è all’attenzione dei maggiori media del globo, del Papa e perfino della Nasa, da sempre impegnata nella faticosa ed estenuante battaglia che nega l’esistenza di Babbo Natale e degli elfi.
Si parla di una ricompensa in Bitcoin per chi riuscirà a catturare il misterioso uomo, non appena verrà diramato l’identikit.
Nel frattempo da Sciocville non ci resta che augurarvi Buone Feste.


Lorenzo Fois

lunedì 20 novembre 2017

Il derby del Pd

Collegi uninominali, pressing a sinistra, contropiede. Sono queste le linee guida del Pd, l’acronimo delle bestemmie. Altrimenti si va a casa, come Ventura.
La destra è tornata a far paura, anche perché da quelle parti si usa bene il manganello a centrocampo. Ma questo probabilmente è solo un (ta)vecchio modo di vedere le cose.
Il problema è l’allenatore. Il problema è la dirigenza. Il vero problema sono i tifosi che non si sentono rappresentati. La falce e il martello sono diventati solo un bagnoschiuma e un vecchio ferro nella cassetta degli attrezzi. Meglio puntare sul merchandising e sulle tournee estive per fare profitterol.
La colpa è delle televisioni, le tv di Berlusconi. La colpa è dei social network, del blog di Beppe Grillo. La colpa è di questo e quello, come il titolo del nuovo libro di Travaglio, sempre dalla parte di codesto perché è l’unico a far rima con onesto.
Ma il punto cruciale è capire chi vincerà il derby nel centro-sinistra. La polizia intanto ha varato un ingente piano di sicurezza, per il timore degli scontri fra ultras bersaniani e renziani.
Nel calcio, pardon, nella politica contano molto gli schemi e gli schieramenti. A meno che non hai un numero dieci tra le tue fila come Gigi Di Maio.
Per la stabilità, tuttavia, si consigliano ancora chiodi e trapano. Per lo stomaco due bustine di gaviscon.
La partita si deciderà probabilmente su un episodio. Ma ora che c’è la Var ci sentiamo tutti più tutelati.

giovedì 16 novembre 2017

L'incapacità di coniugare umiltà e personalità nella Sinistra di oggi

Pare che Renzi si sia finalmente accorto che, quando uno è a capo di un partito di centro-sinistra, non può fare sempre e comunque tutto di testa sua. Forse annebbiato da tentazioni post-berlusconiane, “l’enfant prodige” della politica italiana ha creduto di poter replicare lo stile personalistico e imprenditoriale proveniente da Arcore in un partito sorto sulle ceneri di un’esperienza politica come l’Ulivo, che sommava al suo interno le diverse culture social-democratiche, cattoliche e liberali di un paese appena uscito da Tangentopoli. Ceneri, che è doveroso sottolineare, sembrano tuttavia rappresentare la materia costitutiva di uno schieramento che si ritrova a fare i conti con problemi “esterni” ben più complessi e radicati delle lotte intestine ad un partito politico.
Infatti, l’Europa e tutte le società del globo sembrano orientare le proprie antenne verso galassie che credevamo ormai distanti anni luce dai sistemi democratici: il fascismo, la xenofobia e la violenza tout court.
La sinistra, in buona sostanza, se la passa male ovunque. Perché a passarsela male sono le persone, i lavoratori. Se la passa male la cultura, l’istruzione, il sistema sanitario e pensionistico.
Eppure, facendo magari ricorso ad un ottimismo non facile da recuperare in un momento tanto difficile, è da qui, da questa sorta di anno zero, che potrebbe riprendere slancio l’idea di una Sinistra di governo che si opponga ad un modello imperialista e schiavista come l’attuale capitalismo delle grandi corporation. Quello che sostanzialmente mette i poveri e i disperati gli uni contro gli altri affidando ad una ristretta minoranza di uomini privi di etica, scrupoli e solidarietà le decisioni riguardanti il futuro del mondo.
Non a caso temi cruciali quali il cambiamento climatico e la crescita della forbice della diseguaglianza sono quelli che più di tutti meriterebbero risposte politiche che, senza dubbio, una Destra attenta unicamente a temi fiscali e di sicurezza nazionale non può fornire.
Sono questi i valori politici da cui ripartire, su cui costruire una società nuova, fondata sulla giustizia sociale e sulla salvaguardia del pianeta.
Se è vero che il tema della giustizia ha sempre rappresentato un terreno scivoloso per qualsiasi leader politico di sinistra, quello legato all’ambiente dovrebbe attrarre consensi trasversali nonché soluzioni pratiche alla portata di mano. Basta per esempio guardare ai paesi che stanno affrontando con successo il tema delle energie rinnovabili e della progressiva dismissione dell’utilizzo di combustibili fossili.    
Per fare questo ci vuole senza dubbio unità di intenti, lasciando da parte i protagonismi che hanno caratterizzato la storia recente del centro-sinistra. Ma più di tutto ci vogliono persone attente e capaci, che sappiano mostrare nella loro offerta politica una sapiente miscela di personalità e umiltà al contempo. In pratica, quello che non è riuscito a fare Renzi.
Sono aperte le iscrizioni.

mercoledì 8 novembre 2017

La politica non è una cosa seria

M’ero ripromesso di non parlare più di politica. Quella fatta dai protagonisti dell’audience, quella devota al consenso, quella che adopera bugie e marketing come fossero aspirine e saggi di filosofia. Quella cosa triste per cui se un giornalista deve intervistare un leader deve essere egli stesso, per primo, un leader, una star televisiva. Perché, è cosa ormai nota, i cittadini sono dei consumatori e la democrazia un mercato.
M’ero ripromesso di non parlare più di politica, perché poi divento pesante. E la gente, si sa, oggi ha la fissa della linea. Per quello non legge e non s’accultura ma preferisce fruire di input snelli e istantanei come le foto e le citazioni.
Mi ero ripromesso tutto questo, ma nessuno dice più la verità. Nessuno è immune dalla menzogna. E cosi parlerò un’altra volta, spero l’ultima, e sempre a me stesso, di questo carrozzone mediatico, come lo definiscono da più parti, che è diventato la politica. Tanto più che s’avvicinano le elezioni nazionali e i personaggi in campo sono costretti – o magari gli fa piacere veramente spinti da quell’insanabile egocentrismo di cui si nutrono – a mostrare denti, a fare facce accattivanti, a dispensare frasi per titoli in prima pagina che gli faranno prendere o perdere migliaia di voti.
Evitando analisi succinte sugli scenari politici postumi, sulla nuova deriva a destra del paese e dell’Europa, sulla scelta fra il ritorno al Vintage o alla cavalcata verso il Nulla, il mio pensiero in questo momento è rivolto più che altro alla comunicazione politica. Sempre più carente, sempre più spicciola, sempre più vacua in ogni sua componente: dagli interlocutori, passando per i contenuti, per arrivare ai feedback.
Ne è l’esempio lampante l’intervista a Renzi andata in onda ieri sera su La7. Doveva essere un confronto tra lui e Di Maio, altro leader in campo – lo so non è uno scherzo – ma sappiamo tutti come è andata.
Ma il fatto è che è andata anche peggio. M’è parso di assistere ad uno di quei tristi remake dal titolo “Renzi contro tutti”, dove il segretario del Pd recitava la parte del “buono” che si difendeva in ogni modo possibile col suo scudo magico dagli attacchi scagliati dal “potentissimo” e “acerrimo” rivale Floris, dotato di occhiali laser. Roba che manco gli X-Men. Una recita di basso livello, copioni male interpretati da entrambi i protagonisti. E non è che è andata tanto meglio quando sono entrati in scena i vari comprimari: Sallusti, Giannini e Franco. Quest’ultimo, almeno, meritevole di non aver cercato un ruolo principale per il nuovo film di Sorrentino.
Se Renzi ha avuto e avrà sempre il demerito di credersi migliore e più scaltro di chiunque altro, i suoi interlocutori hanno perlomeno peccato di accanimento terapeutico, tirando fuori ossessioni e accuse che chissà da quanto covavano. Certo, viene da chiedersi quale ne sia il reale motivo. Purtroppo, però, ancora una volta, di costruttivo non c’è stato nulla per il paese e per tutti quelli che si illudevano di aver ritrovato un leader o almeno un buon programma televisivo.
Un paese, che è bene ricordarlo, sta indossando nuovamente la camicia nera senza che nessuno opponga una minima e seppur flebile forma di resistenza.


giovedì 28 settembre 2017

L'acqua bolle

C’è Trump, da un lato. Dall’altro Kim. Se questa vicenda fosse un triangolo, basterebbe trovare il terzo lato per far tornare i conti. Ma purtroppo è una vicenda contorta, intrigata, tragicomica. Non ci sono linee rette ma aspirali e iperboli.
Del resto di mezzo ci sono Russia, Cina, l’Asia e in misura minore l’Europa. L’Europa che non sa cosa vuole fare da grande, forse perché ormai è troppo vecchia.
L’Europa alle prese con ondate migratore mai viste che fanno tornare di moda vecchi nazionalismi, in un’epoca dove cominciano a circolare monete virtuali come i bitcoin capaci di rendere ancor più anacronistiche espressioni del tipo: “se tornassimo alla Lira”, “se ci fosse ancora lui” ecc.

C’è un megalomane, da una parte. E un megalomane dall’altra. La follia al quadrato, l’ignoranza al cubo. E noi, in mezzo, che poggiamo i piedi sul pavimento della storia sbattendo la testa sul soffitto dell’ignavia. Impotenti come non mai eppure dotati di sofisticati strumenti di masturbazione di massa: Dio salvi i pornoscrittori di hashtag e gli ideatori di tendenze, spermatozoi dell’inconsistenza.
E in questo clima abbiamo visto prolificare i germi dell’autodistruzione. Grazie a questa particolare luce i nani ci appaiono giganti. Vedendo assegnare premi Nobel all’ignoranza abbiamo legalizzato la decadenza. Ora siamo in cerca del colpevole, ma è come rubare in casa dei ladri.
Il vero cambiamento climatico però è dentro di ognuno, basta avvertire un bruciore di stomaco.
Dopotutto, se la Terra si riscalda vuol dire che l’acqua bolle.
Come si suol dire, ci stiamo dando la zappa sui piedi. Forse per questo è giusto tornare a zappare la terra, per imparare a farci meno male baby.


Lorenzo Fois