mercoledì 18 gennaio 2017

Un anacronistico retro-pensiero

E’ da parecchio che Sciocville non pubblica niente, e probabilmente questa sarà l’ultima volta, forse semplicemente perché questo cumulo di lettere cangianti era nato attraverso un anacronistico retro-pensiero, di quelli che ti sembra di vivere nel Milleottocentosettantanove. E due minuti. Gli stessi che oggi un essere umano al massimo può spendere, se può permetterseli, per guardare su facebook le donne che si allenano a diventare uomini, e viceversa.
Università della strada, palestre di vita, imprenditori di se stessi. Lo sforzo delle persone oggi è quello di apparire meno povere di quello che sono. Anemiche nello spirito e nella forza d’animo, appagate da un defunto benessere che le ha rese simili a foglie autunnali, fragili e scricchiolanti.
La rivoluzione non può essere fatta dai cadaveri del resto. Ma perché mai bisognerebbe farla, in fin dei conti?
È tutto così anacronistico, ci hanno insegnato a pensare. Marx è anacronistico, Bobbio è anacronistico. Il pensiero unico cosa è?
Complottisti vs Status Quoisti: questa guerra rumorosa quanto sterile fa rimanere la bilancia in perfetto equilibrio: proprio ciò di cui si nutrono gli Unpercentualisti, quelli che non vengono rappresentati nel Parlamento europeo, quelli che non affondano nei barconi (quelli sono molti di più). Sono quelli che silenziosamente ci dicono come cosa e dove spendere. Tempo. Salute. Denaro.

La borghesia, i partiti, il giornali, la scuola: tutto ciò che faceva funzionare la democrazia, in un certo modo, oggi non esiste più. C’è chi si ostina a credere che la borghesia, o meglio la classe dirigente, possa essere sostituita dal popolo indistinto, perfino da quello più rozzo e ignavo, che i partiti debbano essere scavalcati dal basso, dai movimenti anti-sistema, che i social network informino meglio dei vecchi mezzi di comunicazione “corrotti e servi del potere”. Che la scuola privata in fin dei conti funzioni meglio di quella pubblica.
Sciocville pensa che tutto ciò sia profondamente sbagliato, controproducente, autodistruttivo. L’onestà è un cavallo di Troia di cui ultimamente si sta servendo il Potere per riempire i Parlamenti di gente incompetente, che non è e non sarà in grado di opporre resistenza al cambiamento (proveniente dall’alto e non dal basso come molti ingenuamente credono), in atto all’interno dei regimi democratici. Democrazia 2.0.
Sciocville si schiera apertamente a favore della monarchia, della dittatura illuminata, dell’anarchia, del comunismo, del fascismo, del punk, della musica classica, della nobiltà, del clero. E anche del Nazi-Veganesimo (del movimento green più in generale, preferibilmente quello a mano armata).
La democrazia del benessere, del consumo, Colei che ha ucciso qualsiasi pulsione rivoluzionaria in nome di un’eguaglianza mai avvenuta, non è più degna di essere menzionata come migliore forma di governo o quantomeno come la meno peggio. Allo stato attuale, la Democrazia è utile quanto uno shampoo nella doccia di un uomo calvo. Tanto più che nello scontro di civiltà in atto fra mondo occidentale ed islam, il vincitore appare oggi scontato. Come di recente ha scritto provocatoriamente un filosofo francese: se da un lato c’è chi è disposto a farsi saltare in aria in nome di Dio, dall’altro lato nessuno è disposto a farlo in nome di un iphone ...
Sciocville appartiene al passato, il futuro guardatevelo in faccia.



Lorenzo Fois

martedì 7 giugno 2016

Democrazia a cinque stelle: c’era una volta la sinistra

E ora, signori, il ballottaggio. Molti elettori dovranno rifarsi le sopracciglia, altri gli sciacqui col collutorio. Anche se i più numerosi restano quelli che dovranno bendarsi nuovamente gli occhi, tapparsi il naso e respirare col culo.
M5S vs PD, roba che neanche Alì contro Foreman, tanto per restare sul pezzo. Virginia Raggi che sfida Bob Giachetti a suon di “cambiamo tutto”, l’altro che risponde colpo su colpo “non cambierete niente”. Perché è cosa nota, se Roma è la città eterna un motivo ci sarà. Non se move ‘na foglia che il Papa non voglia, cantava Andreotti al festival di Sanremo mezzo secolo fa.
Certo, il Pd ha mostrato un certo coraggio nel presentarsi davanti ai suoi elettori dopo il “caso Marino”, i quali se l’hanno ripagato parzialmente è stato solamente per non vedere (ancora per poco) il M5S prendersi Roma. Anche se al Campidoglio più che altro il movimento rischia di perdersi, perché se è vero che tutte le strade portano lì (ai voglia a dire ancora, nel 2016, che certe cose si fanno per passione), per sopravvivere nella giungla capitolina ci vuole quel quid, che non è il culo, che la candidata pentastellata sembra non possedere.
L’esito ad oggi appare scontato. Il Pd dovrebbe ripetere l’impresa appena compiuta dal Leicester di Ranieri in Premier League, solo che al posto di Vardy e Mahrez il partito di Matteo Renzi affida le sue sorti a politici del calibro di Orfini e Serracchiani.
Dal primo turno ne è uscita bene la Meloni, la quale ha mostrato a Marchini che per prendere voti a destra ci vuole sempre una certa dose di populismo. Un centro-destra che, unito, avrebbe comunque superato il Partito democratico e si sarebbe presentato al secondo turno con maggiori possibilità di vittoria rispetto all'agognante ex partito di sinistra, dei lavoratori, del ceto medio ecc.
Ma è su questo punto che vale la pena fare una riflessione. Roma non è più né mai lo sarà una città di sinistra (centro-sinistra). Se consideriamo tutto lo scacchiere politico, il centro-sinistra ha raccolto poco meno del 30%, sommando però i voti di Fassina, il Berlinguer de’noantri. Di questo terzo scarso della popolazione, una buona parte, non proviene da elettori tradizionalmente fedeli alla bandiera rossa ma da reduci e nostalgici democristiani. Se consideriamo M5S, la destra di Meloni e Salvini come partiti caratterizzati da populismo e scarsa diplomazia, il partito di Marchini come l’espressione della destra per così dire liberal, parola di cui va peraltro molto fiero il presidente del consiglio, ci rendiamo conto che, ad eccezione di un’esigua minoranza facente parte di quel 30% (non vengono considerati gli astenuti, i quali forse non credono più nella democrazia rappresentativa), otto cittadini su dieci non abbracciano più le istanze tanto care alla sinistra italiana.
Quale sinistra, verrebbe da domandarsi?
Perché se una colpa c’è, questa andrebbe suddivisa in tante e diverse componenti: la classe dirigente in primis; i fattori esogeni che hanno modificato di parecchio il contesto entro cui la sinistra si trovava ad operare (la classe operaia); l’avvento delle nuove tecnologie che ha accompagnato il disinteresse delle nuove generazioni alla politica e alle sue tradizionali forme di partecipazione (gli scioperi, le manifestazioni, i cortei e perfino gli scontri con la polizia).
La sinistra in Italia è morta, di certo non da ieri. Con buona pace dei suoi aguzzini, dei suoi martiri e dei suoi rivali. Ha trionfato il populismo, patologia intrinseca alla democrazia. Ha trionfato il parassitismo di stato e la passività dei suoi cittadini, sedotti dalla tecno-democrazia, rivoluzionari della tastiera. Hanno trionfato i padroni e i loro mezzi di produzione, sempre più eterei, come “un dio senza fiato” a cui non bisognerebbe mai credere.
In fondo, è sempre colpa del denaro o di chi ne fa le veci.


Lorenzo Fois


mercoledì 13 aprile 2016

L’ultima chiamata alle armi: le elezioni amministrative romane e la democrazia rappresentativa

di Lorenzo Fois



Totti primo cittadino, Jeeg Robot d’acciaio assessore alla scultura, il Tevere balneabile, i gatti d’Oriente.
E poi ancora: gravidanze simbolo, scherzi di cattivo gusto (tipo Adinolfi sindaco), la controversa vicenda dello stadio di Tor di Valle, morti improvvise (quella di Casaleggio) ma non impreviste (era malato da tempo).
Sembra la sceneggiatura di un film di Maccio Capatonda o magari la trama per una nuova, avvincente indagine del commissario Coliandro. Chissà se un giorno perfino Lercio.it diverrà la nuova gazzetta ufficiale!
Le elezioni amministrative per il comune di Roma (e non solo) stanno per arrivare, giacché, è bene ricordarlo, sono diversi mesi che i cittadini romani non hanno alcun sindaco, ovvero il garante democratico dell’amministrazione pubblica.
In questi mesi sui social network sono imperversati post, pagine facebook, commenti “memorabili”. I sondaggi d’opinione sono stati belli e sostituiti da queste nuove forme di democrazia digitale e con essa perfino il giornalismo è diventato un miscuglio di informazione e gossip (infotainment), sbilanciato sempre più verso quest’ultimo.
Molto più utili, a fini della strategia ottimale da utilizzare durante la campagna elettorale, e non solo, sono le nuove figure professionali di cui si serve (anche) la politica per ricavare informazioni utili provenienti da queste migliaia di flussi di dati (qualcuno ha scritto che Internet è il nostro secondo dna), da utilizzare con cura, in un secondo momento, sotto il versante della comunicazione, della pubblicità e del marketing. Questo la dice lunga sullo stato di salute della “nostra” democrazia. Insomma, il “cittadino consumatore”: niente di nuovo sotto al sole.
Ciononostante, l’essere umano deve sapersi adattare alle mutate condizioni esterne se non vuole soccombere, per una strabica quanto innata legge di natura, e non si possono negare nemmeno gli aspetti positivi che le nuove forme di comunicazione hanno introdotto.
L’intellighenzia critica i blog, tacciandoli di scarsa professionalità e competenza. C’è chi sostiene, al contrario, che forse le cose più interessanti si possono leggere ormai solamente su questi mezzi d’informazione, scevri da potentati economici che li muovono e li indirizzano dove meglio credono.
La democrazia, insomma, è in perenne trasformazione (almeno per quanto concerne le sue modalità d’espressione), ma il voto popolare, quello no, resta il caposaldo di questa forma di governo. Se non fosse che con il passare del tempo e delle diverse esperienze (destra, sinistra, centro, su e giù) numerosi cittadini hanno iniziato ad interrogarsi realmente sul vero significato del voto e sulle sue conseguenze.
Prendiamo in considerazione proprio Roma: tutte le campagne elettorali a cui abbiamo assistito negli ultimi quindici anni hanno parlato di strade, sicurezza, mezzi pubblici, traffico, tutela dell’ambiente. Bene, le strade sono messe sempre peggio, i mezzi pubblici recano disservizi unici al mondo (perché laddove non esistono, nel terzo mondo, il problema non si pone), il traffico e l’inquinamento hanno condotto a trovate di facciata, spesso ridicole, quali il blocco del traffico o le targhe alterne. E così via. Ogni problema esistente a Roma non viene mai risolto. E questo perché – è la tesi più plausibile – Roma è una città troppo grande, in cui hanno sede governo, Parlamento e tutta la miriade di ministeri, enti pubblici che rendono ancora più intricato e complesso qualsiasi processo di trasformazione.
Roma è in tilt, paralizzata dalla burocrazia, dalla corruzione, dall’inciviltà della grande maggioranza dei suoi abitanti. Roma è il posto peggiore per far funzionare la democrazia, almeno così come la conosciamo. È se è sempre vera la massima: “se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, non si può negare che in questo particolare periodo storico, in cui il capitalismo sembra avere avuto la meglio sulla democrazia, tanto da spingere perfino la sinistra sempre più a destra per non rimanere “fuori dal mondo”, la voce dei cittadini è diventata sempre più flebile e il voto popolare appare sempre più uno specchio per le allodole. Come risolvere il problema?
Nessuno ha la bacchetta magica e i problemi atavici di una città e di una collettività non possono certo essere risolti da trovate sensazionalistiche o da futile propaganda elettorale. Occorre affidarsi al buon senso e dare tempo a chi opera ai vertici dell’amministrazione, cosa che, ad esempio, non è stata fatta con il sindaco dimissionario. Ma anche vigilare, nell’ottica di una cittadinanza attiva, sulla politica e sui suoi amministratori.
Per farlo, occorre forse applicare un principio “federalista” anche all’interno della città (almeno di una città come Roma), affidando maggiori responsabilità ai municipi. Maggiore responsabilità implica anche maggiore controllo. Potrebbe non essere l’equazione vincente, quella individuata da Giachetti, ma forse l’ultima occasione buona per provare a cambiare qualcosa negli ingranaggi sempre più inceppati di Roma. 



giovedì 7 aprile 2016

Guido Robot d'acciaio

Ma lo volemo o no sto fiume? – si domandava Armando Feroci vent’anni orsono. E infatti, sembrava strano che nessun politico in cerca di consenso se lo fosse ancora chiesto. Forse perché certa gente ignorava perfino un film come Gallo Cedrone, impegnata com’era a salvare l’Italia dalle catastrofi...
Ma poi un giorno arriva un qualche esperto della comunicazione e gli fa: “a Guì, ma che ne pensi de prende spunto da una grande idea de Armando Feroci?”. “Armando chi? Ma gioca nella Lazio?”. “No, no Armando Feroci è quel tizio che Verdone imita in Gallo Cedrone che ad un comizio prospetta l’idea di asfaltare il Tevere o renderlo altrimenti balneabile …”.
A quel punto, fonti a noi molto vicine, ci riferiscono che Guido lo interrompe bruscamente e gli fa: “Cazzo! Ma questo è un genio! Mi dicevi si chiamava …”. “Armando, Armando Feroci. Ma è tutto merito di Verdone Guì!”.
Ecco, dicono sia nata così l’idea rivoluzionaria, politicamente parlando, di rendere balneabile il Tevere. Mannaggia, proprio ora che in Jeeg Robot d’acciaio avevamo visto Claudio Santamaria assumere quei poteri misteriosi dopo essersi immerso, fortuitamente, nel fiume sacro. Chissà i romani cosa pensano a riguardo (ihihihih)... Chissà!
Più probabile che votino per Jeeg Robot a questo punto. Almeno per provare ad acquisire dei super poteri, non si sa mai di questi tempi!
Ma la corsa verso le amministrative di non si sa quando va avanti. Non si ferma certo qui. E proprio Guidone nazionale rincara la dose prospettando l’idea di un Totti assessore allo sport! No, ma non è mica una mossa elettorale! No no… In fondo che male c’è? È questo il teatrino della politica o no? Per chi crede ancora nella democrazia rappresentativa, questo è il momento più bello.
La Meloni al nono mese di gravidanza (pare che oltre il nono non si possa andare) in giro per i mercati rionali, che volete che non lo prenda il voto delle donne incinta e delle vecchiette che vanno a comprare frutta e verdura a Testaccio o a Torre Angela?
Giachetti vabbè, una brava persona per carità, ma il Pd romano dovrebbe andare in pellegrinaggio a Sant’Egidio e iniziare un percorso di disintossicazione dalla politica serio! Ah, poi c’è il Movimento penta-stellato: dando un’occhiata alle recensioni su Trip Advisor, emerge un profilo molto chiaro: prezzi economici, qualità scadente!
E poi, durcis in fundo, c’è lui, Arfio Marchini, il Ridge Forester capitolino. Lontano dai partiti, né a destra né a sinistra, né alto né basso, né etero né gay: insomma, caro Arfio, ma se po’ sapé chi cazzo sei?
Mai come in questa occasione, la politica sta dando prova del suo spessore. Ed è giusto che lo faccia partendo proprio da Roma, la capitale, caput mundi.
Roma capoccia, perché il pesce quando puzza, puzza dalla testa. Chissà se a Guido robot d’acciaio gli spiegheranno anche questo. Per tutelarsi, intanto, gli consiglierei di coalizzarsi con il noto supereroe…



Lorenzo Fois

giovedì 18 febbraio 2016

Utero in affitto o bed&breakfast?

Ddl Cirinnà. La legge sulle unioni civili è una sanguinosa battaglia parlamentare, la più dura dai tempi di Cromwell. Del resto, che un tema etico e personale come l’amore fra esseri umani (in questo caso dello stesso sesso) debba essere regolamentato da una legge statale comporta una serie di complicazioni dipese essenzialmente dal fatto che nella società esistono diverse interpretazioni dell’amore stesso, tutte ovviamente rispettabili. Partendo da questo assunto, il movimento che si è raccolto intorno al Family gay chiede ormai da tempo il riconoscimento degli stessi diritti coniugali anche per le coppie omosessuali. L’orda di conservatori, riuniti all’interno del movimento opposto, il Family day, ricorda sostanzialmente al primo che Adamo ed Eva erano un uomo e una donna, cosi come Romeo & Giulietta e Albano e Romina. Si vabbè, poi si sono divorziati. Ma non è questo il punto, sostengono i secondi.
E invece si, dicono i primi, cioè i gay, che parlando dell’amore, anche loro, pensano immediatamente al matrimonio e al fallimento dello stesso, ossia il divorzio. Per non parlare dei figli, anche quelli fanno parte dell’amore. E allora perché non possono averne un paio pure loro?
Eh no, gli ricordano saggiamente i tradizionalisti: due uomini o donne dello stesso sesso, per natura, non possono avere figli: “altro che utero in affitto”- dicono – “questa è prostituzione!”.
Che poi, quando il mercato del lavoro e quello immobiliare si verranno incontro, sostengono alcuni economisti, sarà addirittura possibile anche per le coppie omosessuali acquistare direttamente un utero. Insomma, meglio aspettare!  Sempre che non lo abbiano già ricevuto in eredità e non vogliano farci intanto un bed & breakfast. Il problema in questo caso non si porrebbe nemmeno.
Insomma, la faccenda è intrigata, oltre che intrigante. Chissà chi la spunterà alla fine. Chissà il parlamento come se la caverà, se se la caverà. Per adesso regna il solito ostruzionismo/trasformismo/immobilismo, espresso per altro dall’inadeguata capacità della classe dirigente di affrontare qualunque tipo di problema.
Il paese, in linea teorica, dovrebbe allinearsi agli altri stati europei in tema di diritti. Perché, in fin dei conti, dobbiamo recitare la parte di quelli che arrivano sempre ultimi e ci arrivano anche male?
E se invece la diversità in questo caso giocasse a nostro favore, sostengono i secondi? Se questa storia delle unioni civili fosse solo l’ennesimo tentativo di distrazione di massa di fronte ai veri problemi che affliggono la società e il mondo nel suo complesso?
Ad esempio: qualcuno sa che fine ha fatto Gianni Togni?

Lorenzo Fois


sabato 13 febbraio 2016

Scomparsi

Il mondo non finirà per colpa di un asteroide. E nemmeno per colpa del cambiamento climatico o di una guerra nucleare. Non sarà colpa di Renzi, ma certamente nemmeno merito suo. Non moriremo “quando ve lo dico io”: anche perché io non sono Giucas Casella. 
Non importa quando moriremo e se moriremo uniti, come stronzi, disciolti, come aspirine, o dispersi, come profughi.
Se moriremo tutti o solo qualcuno, chi avrà la precedenza o chi dovrà aspettare in attesa, come dal medico o al ristorante. Che poi, non è che muoiono prima “le donne e i bambini”, o che i ricchi possono pagare per farsi fare lo sconto al posto della ricevuta. Non è che i poveri possono illudersi di poter rateizzare anche il pesante conto della Grande Consolatrice, l’ennesima rata poi … 
Insomma, la morte non è l’iphone n+1 …
O forse si? Oppure qualcosa di molto simile?
Ma no! Il mondo non finirà per colpa di un’emicrania digitale, per via del reflusso tecnologico e del diabete comunicativo, per mezzo dell’avvelenamento cibernetico, di un virus telematico. Non saranno Adolfo Apple e Benito Microsoft a trascinarci tutti in guerra, a farci scomparire! Anche perché ve li immaginate i soldati fronteggiarsi con la spada network, in una guerra di social, accampati dentro i loro hasthag, a difesa del proprio profilo, senza filtro e senza inganno. Farebbe ridere tutto questo!
O forse no... O forse esiste già qualcosa di molto simile?
La morte ci accomuna, cancella i nostri volti e i nostri corpi, come una chat che è meglio non mostrare. Puoi vivere da eroe o pascolare da pecora: in fondo, come disse quel poeta, alla fine tutti avremo due metri di terreno… E un iphone nella tasca.
E allora cosa importa se la terra che ci seppellirà sarà avvelenata, inquinata, bagnata dagli acidi… Chi se ne frega se Allah avrà sconfitto Dio a braccio di ferro, se Di Caprio avrà finalmente vinto l’Oscar o se un uomo e una donna nudi potranno guardarsi e dirsi: mi passi il sale?
Panta rei, diceva quel tale. Che tanto, oggi si direbbe in inglese.
Perché siamo uguali in ogni angolo della Terra, da nord a sud, pellerossa e cinesi, arabi ed eskimesi. La globalizzazione ha sconfitto il razzismo, non è vero?
Forse si, perché in fin dei conti non ci frega un cazzo di niente, figurarsi degli altri.
Il mondo non finirà per mancanza di protagonisti, come una serie tv giunta al termine, ma per mancanza di comparse. Siamo tutti uguali, tutti tremendamente uguali.

Ma a me checazzo me ne frega, io ora mi faccio un selfi!



Lorenzo Fois 


mercoledì 25 novembre 2015

Il Terrore dell'Occidente

Mentre la polizia belga, francese, italiana, tedesca (a proposito: ma una polizia europea quando esisterà?), è sulle tracce di Salah il fuggitivo, l’uomo più veloce del mondo, l’imprendibile – quasi come l’omonimo egiziano che si aggira sulla fascia destra dell’Olimpico quando gioca la sponda di Roma giallorossa – i potenti intanto si riuniscono per una nuova partita a Risiko senza avere ancora terminato quella precedente, politici e demagoghi cavalcano l’onda spargendo sale sulle ferite e noi comuni mortali, immortali e immorali ci poniamo infine tutti la stessa domanda: ma stiamo in guerra si o no? E se si, qual è il nemico, quali gli alleati?
No perché la guerra è una cosa seria, è una di quelle cose per cui la maggior parte delle persone la smetterebbe anche di stare ore davanti allo specchio a nutrire il proprio ego di fronzoli insignificanti e leggendarie menzogne. Per cui molti, forse, rivedrebbero il senso della loro vita appagata da decenni di benessere e ignavia.
Per fare una guerra bastano pochi ingredienti, in fondo: ideologia fondata sull’individuazione di un nemico (e ci siamo), conversione della propria economia in economia di guerra, un esercito ben strutturato (e qui siamo messi maluccio, anche perché la leva non è più obbligatoria), un fronte da cui iniziare le operazioni belliche.
Ma le guerre, come tutti sanno, oggi non si combattono sul campo (gli attentati mostrano chiaramente l’essenza regionalistica e delocalizzata dei conflitti), come si faceva un tempo, quando giovani e meno giovani venivano chiamati alle armi per volontà del proprio paese. Non certo la loro.
Oggi sarebbe tutto diverso, certamente. Gli Stati nazione, le corone, i tricolori hanno un peso e un ruolo diverso nello scacchiere geopolitico contemporaneo. Armi chimiche (esisteranno davvero o rappresentano nell’immaginario la versione meno intrigante delle scie chimiche?), batteriologiche, bomba atomica, petrolio, azioni, fondi d’investimento, tassi di cambio: gli strumenti che dispensano e propagano vittime e diseguaglianze sono innumerevoli e nelle mani di realtà molto più complesse e oscure di quelli che un tempo erano i protagonisti delle battaglie e delle guerre. I confini, del resto, non esistono più da tempo. E non solo a livello geopolitico.
Basti pensare ai nostri nemici, ai cattivi: i jihadisti, ma soprattutto ai loro affiliati, i foreign fighters, tutti quelli che hanno trovato nel terrorismo di matrice islamica (anche se la religione non è il pilastro di questa contrapposizione) una sorgente di “rappresentanza” ben più luminosa di quella che il panorama politico offre oggigiorno. Almeno quelle forme lì che noi occidentali eravamo abituati a conoscere (partiti, sindacati, organizzazioni, movimenti, associazioni ecc.). Chi non è inserito nel sistema, chi non lavora ad esempio, chi non può permettersi un mutuo, una macchina, un’assistenza sanitaria: insomma, chi è rimasto “fregato” dalla democrazia liberale occidentale e dalle sue istituzioni può lasciarsi affascinare da questo modello “alternativo” e radicale. Che poi tanto alternativo non è. Il pacifismo è alternativo, il terrorismo no.
Il terrorismo rintraccia infatti la sua etimologia all’interno della Rivoluzione francese, nel periodo termidoriano di Robespierre, e non mancano successivi esempi in seno allo stesso mondo occidentale di movimenti atti ad alimentare un clima di Terrore: in Italia abbiamo conosciuto le Brigate Rosse, su tutti. Come cantava un noto e lungimirante autore del Novecento: “qui chi non terrorizza, si ammala di terrore”. Ed è il controllo di questo Terrore che alimenta il Potere e che a sua volta viene alimentato dal Potere. 
Oggi più che mai, con i potenti mezzi di comunicazione di cui disponiamo, questo è sotto gli occhi di tutti. L’Isis, come nuovo attore geopolitico nato dal modello di sviluppo occidentale: petrolio, armi e tecnologie digitali. Partendo da questo dato, qualcuno arriva perfino a sostenere che l’Isis sarebbe una creazione yankee.

Nel corso del Novecento, fino alla caduta del Muro e prima della disgregazione dell’Urss, la contrapposizione al capitalismo era rappresentata, in larga parte ma non solo, dal comunismo. Caduto questo, si è parlato di “fine della Storia”: il pensiero unico era pronto ad abbattersi, sotto il manto delle libertà, delle opportunità e della meritocrazia, su un mondo che si è scoperto improvvisamente uguale in ogni angolo del globo, anche laddove a malapena i palazzi erano stati costruiti e i campi coltivati. Culture, lingue, costumi, tradizioni sono state cancellate e abbattute (come fanno i terroristi islamici con i siti archeologici e i musei) in nome della Libertà a stelle e strisce.
La globalizzazione bambina. Quella che ti ha cambiato, decostruito e rimontato a suo piacimento. I giovani di oggi sono l’esempio lampante di questo disorientamento antropologico e culturale dell’essere umano. O almeno delle generazioni 2.0, che si trovano invischiate in un mondo (quasi) completamente digitale, espressione dell’individualismo borghese più becero, che di fatto consegna l’essere umano ad una condizione (inumana) di solitudine e mistificazione in una realtà solo apparentemente colma di diversità e opportunità.
L’Occidente e l’Isis sono le due facce della stessa medaglia, attori internazionali che si pongono “in conflitto” per mantenere un equilibrio strategico, laddove ciclicamente si vengono a creare dei vuoti di Potere (vedi l’Urss). Non ha senso tifare per nessuno, semplicemente perché non esistono i buoni e i cattivi. Esistono solo milioni di vite in serio pericolo, specialmente in quei territori che non destano in noi occidentali lo stesso effetto di ipocrita indignazione per una strage avvenuta a Parigi, o su una metropolitana londinese, o di un attentato durante il Giubileo. Ma questo, ovviamente, è l’effetto della nostra cultura borghese individualista e perbenista che fa dell’ideologia bellica il suo cavallo di battaglia, da sempre.
Il pacifismo, del resto, è un sogno che per essere tale deve essere immaginato da tutte le persone che abitano questo pianeta, potenti e comuni mortali. Ma io so benissimo, purtroppo, che questa è soltanto l’ennesima utopia in una società accecata dal denaro che non conosce altra meta se non quella della sua estinzione compiuta con la complicità del proprio iphone.

Amen


Lorenzo Fois