mercoledì 13 aprile 2016

L’ultima chiamata alle armi: le elezioni amministrative romane e la democrazia rappresentativa

di Lorenzo Fois



Totti primo cittadino, Jeeg Robot d’acciaio assessore alla scultura, il Tevere balneabile, i gatti d’Oriente.
E poi ancora: gravidanze simbolo, scherzi di cattivo gusto (tipo Adinolfi sindaco), la controversa vicenda dello stadio di Tor di Valle, morti improvvise (quella di Casaleggio) ma non impreviste (era malato da tempo).
Sembra la sceneggiatura di un film di Maccio Capatonda o magari la trama per una nuova, avvincente indagine del commissario Coliandro. Chissà se un giorno perfino Lercio.it diverrà la nuova gazzetta ufficiale!
Le elezioni amministrative per il comune di Roma (e non solo) stanno per arrivare, giacché, è bene ricordarlo, sono diversi mesi che i cittadini romani non hanno alcun sindaco, ovvero il garante democratico dell’amministrazione pubblica.
In questi mesi sui social network sono imperversati post, pagine facebook, commenti “memorabili”. I sondaggi d’opinione sono stati belli e sostituiti da queste nuove forme di democrazia digitale e con essa perfino il giornalismo è diventato un miscuglio di informazione e gossip (infotainment), sbilanciato sempre più verso quest’ultimo.
Molto più utili, a fini della strategia ottimale da utilizzare durante la campagna elettorale, e non solo, sono le nuove figure professionali di cui si serve (anche) la politica per ricavare informazioni utili provenienti da queste migliaia di flussi di dati (qualcuno ha scritto che Internet è il nostro secondo dna), da utilizzare con cura, in un secondo momento, sotto il versante della comunicazione, della pubblicità e del marketing. Questo la dice lunga sullo stato di salute della “nostra” democrazia. Insomma, il “cittadino consumatore”: niente di nuovo sotto al sole.
Ciononostante, l’essere umano deve sapersi adattare alle mutate condizioni esterne se non vuole soccombere, per una strabica quanto innata legge di natura, e non si possono negare nemmeno gli aspetti positivi che le nuove forme di comunicazione hanno introdotto.
L’intellighenzia critica i blog, tacciandoli di scarsa professionalità e competenza. C’è chi sostiene, al contrario, che forse le cose più interessanti si possono leggere ormai solamente su questi mezzi d’informazione, scevri da potentati economici che li muovono e li indirizzano dove meglio credono.
La democrazia, insomma, è in perenne trasformazione (almeno per quanto concerne le sue modalità d’espressione), ma il voto popolare, quello no, resta il caposaldo di questa forma di governo. Se non fosse che con il passare del tempo e delle diverse esperienze (destra, sinistra, centro, su e giù) numerosi cittadini hanno iniziato ad interrogarsi realmente sul vero significato del voto e sulle sue conseguenze.
Prendiamo in considerazione proprio Roma: tutte le campagne elettorali a cui abbiamo assistito negli ultimi quindici anni hanno parlato di strade, sicurezza, mezzi pubblici, traffico, tutela dell’ambiente. Bene, le strade sono messe sempre peggio, i mezzi pubblici recano disservizi unici al mondo (perché laddove non esistono, nel terzo mondo, il problema non si pone), il traffico e l’inquinamento hanno condotto a trovate di facciata, spesso ridicole, quali il blocco del traffico o le targhe alterne. E così via. Ogni problema esistente a Roma non viene mai risolto. E questo perché – è la tesi più plausibile – Roma è una città troppo grande, in cui hanno sede governo, Parlamento e tutta la miriade di ministeri, enti pubblici che rendono ancora più intricato e complesso qualsiasi processo di trasformazione.
Roma è in tilt, paralizzata dalla burocrazia, dalla corruzione, dall’inciviltà della grande maggioranza dei suoi abitanti. Roma è il posto peggiore per far funzionare la democrazia, almeno così come la conosciamo. È se è sempre vera la massima: “se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, non si può negare che in questo particolare periodo storico, in cui il capitalismo sembra avere avuto la meglio sulla democrazia, tanto da spingere perfino la sinistra sempre più a destra per non rimanere “fuori dal mondo”, la voce dei cittadini è diventata sempre più flebile e il voto popolare appare sempre più uno specchio per le allodole. Come risolvere il problema?
Nessuno ha la bacchetta magica e i problemi atavici di una città e di una collettività non possono certo essere risolti da trovate sensazionalistiche o da futile propaganda elettorale. Occorre affidarsi al buon senso e dare tempo a chi opera ai vertici dell’amministrazione, cosa che, ad esempio, non è stata fatta con il sindaco dimissionario. Ma anche vigilare, nell’ottica di una cittadinanza attiva, sulla politica e sui suoi amministratori.
Per farlo, occorre forse applicare un principio “federalista” anche all’interno della città (almeno di una città come Roma), affidando maggiori responsabilità ai municipi. Maggiore responsabilità implica anche maggiore controllo. Potrebbe non essere l’equazione vincente, quella individuata da Giachetti, ma forse l’ultima occasione buona per provare a cambiare qualcosa negli ingranaggi sempre più inceppati di Roma. 



giovedì 7 aprile 2016

Guido Robot d'acciaio

Ma lo volemo o no sto fiume? – si domandava Armando Feroci vent’anni orsono. E infatti, sembrava strano che nessun politico in cerca di consenso se lo fosse ancora chiesto. Forse perché certa gente ignorava perfino un film come Gallo Cedrone, impegnata com’era a salvare l’Italia dalle catastrofi...
Ma poi un giorno arriva un qualche esperto della comunicazione e gli fa: “a Guì, ma che ne pensi de prende spunto da una grande idea de Armando Feroci?”. “Armando chi? Ma gioca nella Lazio?”. “No, no Armando Feroci è quel tizio che Verdone imita in Gallo Cedrone che ad un comizio prospetta l’idea di asfaltare il Tevere o renderlo altrimenti balneabile …”.
A quel punto, fonti a noi molto vicine, ci riferiscono che Guido lo interrompe bruscamente e gli fa: “Cazzo! Ma questo è un genio! Mi dicevi si chiamava …”. “Armando, Armando Feroci. Ma è tutto merito di Verdone Guì!”.
Ecco, dicono sia nata così l’idea rivoluzionaria, politicamente parlando, di rendere balneabile il Tevere. Mannaggia, proprio ora che in Jeeg Robot d’acciaio avevamo visto Claudio Santamaria assumere quei poteri misteriosi dopo essersi immerso, fortuitamente, nel fiume sacro. Chissà i romani cosa pensano a riguardo (ihihihih)... Chissà!
Più probabile che votino per Jeeg Robot a questo punto. Almeno per provare ad acquisire dei super poteri, non si sa mai di questi tempi!
Ma la corsa verso le amministrative di non si sa quando va avanti. Non si ferma certo qui. E proprio Guidone nazionale rincara la dose prospettando l’idea di un Totti assessore allo sport! No, ma non è mica una mossa elettorale! No no… In fondo che male c’è? È questo il teatrino della politica o no? Per chi crede ancora nella democrazia rappresentativa, questo è il momento più bello.
La Meloni al nono mese di gravidanza (pare che oltre il nono non si possa andare) in giro per i mercati rionali, che volete che non lo prenda il voto delle donne incinta e delle vecchiette che vanno a comprare frutta e verdura a Testaccio o a Torre Angela?
Giachetti vabbè, una brava persona per carità, ma il Pd romano dovrebbe andare in pellegrinaggio a Sant’Egidio e iniziare un percorso di disintossicazione dalla politica serio! Ah, poi c’è il Movimento penta-stellato: dando un’occhiata alle recensioni su Trip Advisor, emerge un profilo molto chiaro: prezzi economici, qualità scadente!
E poi, durcis in fundo, c’è lui, Arfio Marchini, il Ridge Forester capitolino. Lontano dai partiti, né a destra né a sinistra, né alto né basso, né etero né gay: insomma, caro Arfio, ma se po’ sapé chi cazzo sei?
Mai come in questa occasione, la politica sta dando prova del suo spessore. Ed è giusto che lo faccia partendo proprio da Roma, la capitale, caput mundi.
Roma capoccia, perché il pesce quando puzza, puzza dalla testa. Chissà se a Guido robot d’acciaio gli spiegheranno anche questo. Per tutelarsi, intanto, gli consiglierei di coalizzarsi con il noto supereroe…



Lorenzo Fois

giovedì 18 febbraio 2016

Utero in affitto o bed&breakfast?

Ddl Cirinnà. La legge sulle unioni civili è una sanguinosa battaglia parlamentare, la più dura dai tempi di Cromwell. Del resto, che un tema etico e personale come l’amore fra esseri umani (in questo caso dello stesso sesso) debba essere regolamentato da una legge statale comporta una serie di complicazioni dipese essenzialmente dal fatto che nella società esistono diverse interpretazioni dell’amore stesso, tutte ovviamente rispettabili. Partendo da questo assunto, il movimento che si è raccolto intorno al Family gay chiede ormai da tempo il riconoscimento degli stessi diritti coniugali anche per le coppie omosessuali. L’orda di conservatori, riuniti all’interno del movimento opposto, il Family day, ricorda sostanzialmente al primo che Adamo ed Eva erano un uomo e una donna, cosi come Romeo & Giulietta e Albano e Romina. Si vabbè, poi si sono divorziati. Ma non è questo il punto, sostengono i secondi.
E invece si, dicono i primi, cioè i gay, che parlando dell’amore, anche loro, pensano immediatamente al matrimonio e al fallimento dello stesso, ossia il divorzio. Per non parlare dei figli, anche quelli fanno parte dell’amore. E allora perché non possono averne un paio pure loro?
Eh no, gli ricordano saggiamente i tradizionalisti: due uomini o donne dello stesso sesso, per natura, non possono avere figli: “altro che utero in affitto”- dicono – “questa è prostituzione!”.
Che poi, quando il mercato del lavoro e quello immobiliare si verranno incontro, sostengono alcuni economisti, sarà addirittura possibile anche per le coppie omosessuali acquistare direttamente un utero. Insomma, meglio aspettare!  Sempre che non lo abbiano già ricevuto in eredità e non vogliano farci intanto un bed & breakfast. Il problema in questo caso non si porrebbe nemmeno.
Insomma, la faccenda è intrigata, oltre che intrigante. Chissà chi la spunterà alla fine. Chissà il parlamento come se la caverà, se se la caverà. Per adesso regna il solito ostruzionismo/trasformismo/immobilismo, espresso per altro dall’inadeguata capacità della classe dirigente di affrontare qualunque tipo di problema.
Il paese, in linea teorica, dovrebbe allinearsi agli altri stati europei in tema di diritti. Perché, in fin dei conti, dobbiamo recitare la parte di quelli che arrivano sempre ultimi e ci arrivano anche male?
E se invece la diversità in questo caso giocasse a nostro favore, sostengono i secondi? Se questa storia delle unioni civili fosse solo l’ennesimo tentativo di distrazione di massa di fronte ai veri problemi che affliggono la società e il mondo nel suo complesso?
Ad esempio: qualcuno sa che fine ha fatto Gianni Togni?

Lorenzo Fois


sabato 13 febbraio 2016

Scomparsi

Il mondo non finirà per colpa di un asteroide. E nemmeno per colpa del cambiamento climatico o di una guerra nucleare. Non sarà colpa di Renzi, ma certamente nemmeno merito suo. Non moriremo “quando ve lo dico io”: anche perché io non sono Giucas Casella. 
Non importa quando moriremo e se moriremo uniti, come stronzi, disciolti, come aspirine, o dispersi, come profughi.
Se moriremo tutti o solo qualcuno, chi avrà la precedenza o chi dovrà aspettare in attesa, come dal medico o al ristorante. Che poi, non è che muoiono prima “le donne e i bambini”, o che i ricchi possono pagare per farsi fare lo sconto al posto della ricevuta. Non è che i poveri possono illudersi di poter rateizzare anche il pesante conto della Grande Consolatrice, l’ennesima rata poi … 
Insomma, la morte non è l’iphone n+1 …
O forse si? Oppure qualcosa di molto simile?
Ma no! Il mondo non finirà per colpa di un’emicrania digitale, per via del reflusso tecnologico e del diabete comunicativo, per mezzo dell’avvelenamento cibernetico, di un virus telematico. Non saranno Adolfo Apple e Benito Microsoft a trascinarci tutti in guerra, a farci scomparire! Anche perché ve li immaginate i soldati fronteggiarsi con la spada network, in una guerra di social, accampati dentro i loro hasthag, a difesa del proprio profilo, senza filtro e senza inganno. Farebbe ridere tutto questo!
O forse no... O forse esiste già qualcosa di molto simile?
La morte ci accomuna, cancella i nostri volti e i nostri corpi, come una chat che è meglio non mostrare. Puoi vivere da eroe o pascolare da pecora: in fondo, come disse quel poeta, alla fine tutti avremo due metri di terreno… E un iphone nella tasca.
E allora cosa importa se la terra che ci seppellirà sarà avvelenata, inquinata, bagnata dagli acidi… Chi se ne frega se Allah avrà sconfitto Dio a braccio di ferro, se Di Caprio avrà finalmente vinto l’Oscar o se un uomo e una donna nudi potranno guardarsi e dirsi: mi passi il sale?
Panta rei, diceva quel tale. Che tanto, oggi si direbbe in inglese.
Perché siamo uguali in ogni angolo della Terra, da nord a sud, pellerossa e cinesi, arabi ed eskimesi. La globalizzazione ha sconfitto il razzismo, non è vero?
Forse si, perché in fin dei conti non ci frega un cazzo di niente, figurarsi degli altri.
Il mondo non finirà per mancanza di protagonisti, come una serie tv giunta al termine, ma per mancanza di comparse. Siamo tutti uguali, tutti tremendamente uguali.

Ma a me checazzo me ne frega, io ora mi faccio un selfi!



Lorenzo Fois 


mercoledì 25 novembre 2015

Il Terrore dell'Occidente

Mentre la polizia belga, francese, italiana, tedesca (a proposito: ma una polizia europea quando esisterà?), è sulle tracce di Salah il fuggitivo, l’uomo più veloce del mondo, l’imprendibile – quasi come l’omonimo egiziano che si aggira sulla fascia destra dell’Olimpico quando gioca la sponda di Roma giallorossa – i potenti intanto si riuniscono per una nuova partita a Risiko senza avere ancora terminato quella precedente, politici e demagoghi cavalcano l’onda spargendo sale sulle ferite e noi comuni mortali, immortali e immorali ci poniamo infine tutti la stessa domanda: ma stiamo in guerra si o no? E se si, qual è il nemico, quali gli alleati?
No perché la guerra è una cosa seria, è una di quelle cose per cui la maggior parte delle persone la smetterebbe anche di stare ore davanti allo specchio a nutrire il proprio ego di fronzoli insignificanti e leggendarie menzogne. Per cui molti, forse, rivedrebbero il senso della loro vita appagata da decenni di benessere e ignavia.
Per fare una guerra bastano pochi ingredienti, in fondo: ideologia fondata sull’individuazione di un nemico (e ci siamo), conversione della propria economia in economia di guerra, un esercito ben strutturato (e qui siamo messi maluccio, anche perché la leva non è più obbligatoria), un fronte da cui iniziare le operazioni belliche.
Ma le guerre, come tutti sanno, oggi non si combattono sul campo (gli attentati mostrano chiaramente l’essenza regionalistica e delocalizzata dei conflitti), come si faceva un tempo, quando giovani e meno giovani venivano chiamati alle armi per volontà del proprio paese. Non certo la loro.
Oggi sarebbe tutto diverso, certamente. Gli Stati nazione, le corone, i tricolori hanno un peso e un ruolo diverso nello scacchiere geopolitico contemporaneo. Armi chimiche (esisteranno davvero o rappresentano nell’immaginario la versione meno intrigante delle scie chimiche?), batteriologiche, bomba atomica, petrolio, azioni, fondi d’investimento, tassi di cambio: gli strumenti che dispensano e propagano vittime e diseguaglianze sono innumerevoli e nelle mani di realtà molto più complesse e oscure di quelli che un tempo erano i protagonisti delle battaglie e delle guerre. I confini, del resto, non esistono più da tempo. E non solo a livello geopolitico.
Basti pensare ai nostri nemici, ai cattivi: i jihadisti, ma soprattutto ai loro affiliati, i foreign fighters, tutti quelli che hanno trovato nel terrorismo di matrice islamica (anche se la religione non è il pilastro di questa contrapposizione) una sorgente di “rappresentanza” ben più luminosa di quella che il panorama politico offre oggigiorno. Almeno quelle forme lì che noi occidentali eravamo abituati a conoscere (partiti, sindacati, organizzazioni, movimenti, associazioni ecc.). Chi non è inserito nel sistema, chi non lavora ad esempio, chi non può permettersi un mutuo, una macchina, un’assistenza sanitaria: insomma, chi è rimasto “fregato” dalla democrazia liberale occidentale e dalle sue istituzioni può lasciarsi affascinare da questo modello “alternativo” e radicale. Che poi tanto alternativo non è. Il pacifismo è alternativo, il terrorismo no.
Il terrorismo rintraccia infatti la sua etimologia all’interno della Rivoluzione francese, nel periodo termidoriano di Robespierre, e non mancano successivi esempi in seno allo stesso mondo occidentale di movimenti atti ad alimentare un clima di Terrore: in Italia abbiamo conosciuto le Brigate Rosse, su tutti. Come cantava un noto e lungimirante autore del Novecento: “qui chi non terrorizza, si ammala di terrore”. Ed è il controllo di questo Terrore che alimenta il Potere e che a sua volta viene alimentato dal Potere. 
Oggi più che mai, con i potenti mezzi di comunicazione di cui disponiamo, questo è sotto gli occhi di tutti. L’Isis, come nuovo attore geopolitico nato dal modello di sviluppo occidentale: petrolio, armi e tecnologie digitali. Partendo da questo dato, qualcuno arriva perfino a sostenere che l’Isis sarebbe una creazione yankee.

Nel corso del Novecento, fino alla caduta del Muro e prima della disgregazione dell’Urss, la contrapposizione al capitalismo era rappresentata, in larga parte ma non solo, dal comunismo. Caduto questo, si è parlato di “fine della Storia”: il pensiero unico era pronto ad abbattersi, sotto il manto delle libertà, delle opportunità e della meritocrazia, su un mondo che si è scoperto improvvisamente uguale in ogni angolo del globo, anche laddove a malapena i palazzi erano stati costruiti e i campi coltivati. Culture, lingue, costumi, tradizioni sono state cancellate e abbattute (come fanno i terroristi islamici con i siti archeologici e i musei) in nome della Libertà a stelle e strisce.
La globalizzazione bambina. Quella che ti ha cambiato, decostruito e rimontato a suo piacimento. I giovani di oggi sono l’esempio lampante di questo disorientamento antropologico e culturale dell’essere umano. O almeno delle generazioni 2.0, che si trovano invischiate in un mondo (quasi) completamente digitale, espressione dell’individualismo borghese più becero, che di fatto consegna l’essere umano ad una condizione (inumana) di solitudine e mistificazione in una realtà solo apparentemente colma di diversità e opportunità.
L’Occidente e l’Isis sono le due facce della stessa medaglia, attori internazionali che si pongono “in conflitto” per mantenere un equilibrio strategico, laddove ciclicamente si vengono a creare dei vuoti di Potere (vedi l’Urss). Non ha senso tifare per nessuno, semplicemente perché non esistono i buoni e i cattivi. Esistono solo milioni di vite in serio pericolo, specialmente in quei territori che non destano in noi occidentali lo stesso effetto di ipocrita indignazione per una strage avvenuta a Parigi, o su una metropolitana londinese, o di un attentato durante il Giubileo. Ma questo, ovviamente, è l’effetto della nostra cultura borghese individualista e perbenista che fa dell’ideologia bellica il suo cavallo di battaglia, da sempre.
Il pacifismo, del resto, è un sogno che per essere tale deve essere immaginato da tutte le persone che abitano questo pianeta, potenti e comuni mortali. Ma io so benissimo, purtroppo, che questa è soltanto l’ennesima utopia in una società accecata dal denaro che non conosce altra meta se non quella della sua estinzione compiuta con la complicità del proprio iphone.

Amen


Lorenzo Fois 

sabato 14 novembre 2015

Vitello tonnato


Ve lo dico, ma solo perché non interessa a nessuno.
Ve lo racconto, che tanto nessuno crede più alle favole.
C’era una volta, o forse era una cupola, se non addirittura la cappella Sistina. Questione di circonferenze.
Correva l’anno, ma passeggiavano i mesi, per non parlare dei giorni, esausti e sfiniti, si trascinavano inermi di stazione in stazione, ora dopo ora, fino all’ultimo centesimo della notte.
La storia aveva un finale indigesto, dopo un lungo viaggio si trasformò in geografia. Cosi le persone, che diventarono improvvisamente dei selfi, e i film, che sbrodolarono in interminabili serie tv. Come se non bastasse, artisti e poeti lasciarono il posto ad hypster e dj che avevano il compito di allestire mostre fotografiche allo zenzero imbottiti di anelli parlanti e barbe fotovoltaiche. Perfino gli scienziati pazzi divennero dei modestissimi impiegati statali e i visionari si concentrarono soprattutto sulle scommesse sportive.
Facebook divenne il regno dei cieli, si parlava bene o male del bene e del male, degli hasthag di davide contro quelli di golia, di angeli che incontrano demoni su Tinder. Ognuno era facile profeta nella propria patria. Poi tornò James Bond dal favoloso mondo di Amelie, e da quel momento le cose cambiarono. Nessuno ebbe più il coraggio di ordinare una comunissima Peroni al bancone.
Cadde il Muro di Dublino, mentre in Normandia sbarcarono per la prima volta gli Alleati dei vegetariani, un plotone invincibile di soldati fatti di soia. Gli Stati Uniti avevano invaso frattanto il pianeta delle Scimmie, guidati da Luke Skywalker e dal padre del bambino col pigiama a righe. Contrastati fino allo strenuo dalle truppe imperiali di Bart Simpson, un soldato Jedi convertito all’islam, miravano infine alla conquista di Ponte Milvio e Corso Francia. Ma non sarebbe stato facile vedersela con tutti quei Suv parcheggiati in doppia fila.
Mentre i più grandi filosofi discutevano dentro alle loro tombe, da secoli, i terroristi intanto si allearono con le più potenti banche e fondi d’investimento globali. I jihadisti reclutarono nuove leve tra Oxford e la Magliana, organizzando colloqui sulla loro nuova piattaforma social. L’app del Terrore divenne in breve tempo la più scaricata tra i giovani. Le posizioni professionali più ambite furono quelle di: Robespierre, er Libanese e Ken Shiro. Diverse centinaia di attentati sconvolsero la popolazione mondiale. Qualcuno disse che in realtà dietro a questi disordini si celasse la mano invisibile della C.I.A, qualche altro che era il disegno di un complotto massonico, altri infine pensavano agli alieni. Era già partita la caccia alle streghe, ma i soldati a cavallo si ruppero la clavicola e si spararono sui piedi.
In mezzo a tutta questa confusione, rimaneva una sola certezza: il vitello tonnato.
Correva l’anno, ma passeggiavano i mesi, per non parlare dei giorni, esausti e sfiniti, si trascinavano inermi di stazione in stazione, ora dopo ora, fino all’ultimo centesimo della notte.

Lorenzo  Fois

mercoledì 21 ottobre 2015

Poesia der saluto


Vorei esse ‘n omo de poche parole, pe’ nun sprecanne 
troppe ar vento,
che quello poi se ‘ncazza e te sputa forte ‘n faccia 
il suo scontento.
Vorei esse ‘n tipo più prudente, de quelli che ce vanno 
co li piedi de piombo,
che se’nnamoreno delle barbie e che se ‘mpegnano a fonno.
Vorei esse spreggiudicato, arrogante, 
colla faccia da vincente,
vorei quello che  me manca, solo ché n’valeva gniente.
Vorei esse ‘n po’ più avvelenato, Cinico e Freddo,
cor coltello fra i denti.
Anzi, si ce penso bene, vorei esse anche 
er Libanese e il Dendi.
Vorei esse ‘n pezzo grosso, ‘na specie de marchese
Pe’ pote’ dì: “io so’ io e voi chi cazzo sete!”.
Vorei morì il giorno che lo dico io,
all’alba o al tramonto, n’è ‘mportante,
vorei un bel funerale de gente ancora agognante.
Vorei, vorei, vorei, vorei e vorei …
Mi nonno me diceva sempre: 
“su sta Tera piate pe’ quello che sei.
Che ‘na legge e una sola è valida a sto mondo:
chi nasce quadrato nun po’ morì tondo”.
E allora me dispiace pe’ quelli come te,
pe’ l’egoisti, i buciardi, i vigliacchi e i lacché.
Ma nun ne famo ‘n dramma, c’è tutta n’antra vita:
se piagne solo pe’ li morti e mai pe’ la fica.


Lorenzo Fois