sabato 25 luglio 2015

Farewell


Eravamo arrivati all’altro capo del mondo dentro la nostra Chevrolet scaduta, dopo aver attraversato il deserto artico e le montagne dalle vette liquefatte. Era un bel giorno di primavera, sarà stata la fine di Novembre o l’inizio di Aprile, non ricordo di preciso. Prendevamo tutti e due gli schiaffi dolci del vento sulla faccia e un sole abbastanza timido tramontava sulle lenti dei tuoi occhiali da sole. I miei, ti ricordi, li avevo scambiati un giorno con una chitarra senza corde. Il suo suono non ti era mai piaciuto, del resto, cosi come le parole che affollavano le pagine dei miei racconti. Troppo tristi e astratti, dicevi.
La radio trasmetteva una vecchia canzone che conoscevamo entrambi, tu meglio di me, visto che da qualche tempo non riuscivi più a fare a meno della voce di quel poeta della Pavana. Tuo padre aveva un suo disco che custodiva gelosamente nel soggiorno, a cui per tanti anni non hai osato avvicinarti, forse per paura.
Ogni suo verso era un’immagine riflessa allo specchio. Ogni sua nota era destinata a durare oltre il nostro viaggio. Non lo sapevi ancora, ma era arrivato il momento di tirare il grilletto.
Senza darlo a vedere i miei occhi guardarono di sfuggita un cartello con su scritto “fine della corsa”, mentre te afferravi di nascosto la tua pistola carica: un iphone era quanto di più pericoloso possedevi all’epoca.
È da quel preciso punto che abbiamo cominciato a scorgere le voragini aperte dal terremoto, lungo la strada deserta e scoscesa. Dove si interrompeva la strada iniziava la fine del mondo. O forse, più semplicemente, la fine della nostra avventura in macchina.

La crisi devastava il pianeta da sinistra a destra, sospinta dai tumulti provocati dalle bolle finanziarie, dalle petro-monarchie e dalle compagnie delle sbronze astemie. Quando tutto era iniziato, baby, io e te ci eravamo detti che non ci saremmo mai lasciati, che avremmo fermato il tempo e qualche altra bugia dell’amore.
Trovammo un motel, prendendo la strada che portava a nord, in direzione di Berlino, passando per la Garbatella, Bologna e Mulhollande drive. Ci lasciammo la crisi, l’Isis e il concerto di Sixto Rodriguez alle spalle, o almeno così credemmo. Prima di dormire fumai nervosamente un paio di sigarette, mentre te facevi finta di sognare e intanto pregustavi in penombra l’odore rapace e sfuggente della libertà.
La mattina, quando ci svegliammo, ricordo bene quell’espressione impressa sul tuo volto. Sembravi un’equilibrista zoppo sopra un filo interdentale. Non ti dissi niente e ordinai due caffè, entrambi per me. La colazione era come vomito sopra un muffin con le gocce di cioccolato.
Ripartimmo che il sole ancora sbadigliava, sopra il viso assopito di quel cielo pieno di lacrime e ripensamenti. Era un giorno come un altro, un viso come ce ne sono tanti.
Era passato parecchio tempo dal giorno in cui partimmo assieme, fuggendo da quella assurda guerra fra uomini e donne. Scappavamo soprattutto per cercare quell’isola che credevamo nessuno avesse mai visto prima. Un’isola solo per noi. Eri così giovane e ingenua ed io così ingenuo e vecchio.

All’improvviso i tuoi occhi mi apparvero velatamente infelici: finalmente ti eri levata quella maschera di dosso. O forse, più semplicemente, ci eravamo resi conto dopo tanto vagare  che quell’isola non esisteva e che nessuno l’avrebbe mai trovata. Ancora.
Nemmeno noi.
Domandarsi il perché non sarebbe servito a niente, baby, dare un’occhiata a Google maps non avrebbe reso più dolce la triste scoperta. I ricordi, giunto alla mia età, cominciavano ad affollarsi nella testa ed io ero stanco di sopportare il peso della guida, tu probabilmente quello di starmi accanto. In un attimo, dimenticasti le palme, il mare, la sabbia, quell’isola.
Prima dell’ultima sosta, vedemmo soltanto degli strani tipi con dei baffi tatuati fotografare il niente attraverso un barattolo di pomodori. E anche un ristorante completamente vuoto da cui proveniva una musica techno-gitana da cui emergeva distintamente il suono di una cornamusa della Cornovaglia meridionale e di un trapano riprodotto a mano da un cabarettista cinese.
Probabilmente i segni della guerra civile che aveva lasciato tracce indelebili sul nostro futuro: mai come in quel momento avevo sentito la desolazione del mondo e rimpianto il passato.

Era qualche minuto che il tuo telefono aveva smesso di funzionare ed io avevo finito l’ultima stecca di sigarette. Non c’erano bar aperti e nessuna speranza per il mio fumo e le tue ricariche telefoniche. L’attesa dell’ultima fermata diventava sempre più straziante, in preda del tuo silenzioso panico. Ormai avevi deciso però, la guerra valeva la pena.
Mi fermai esausto all’inizio di una grande strada di cemento rialzato, recintata da pali elettrici e filo spinato. Doveva essere stata la pista di atterraggio di un aeroporto, prima della guerra.
Non fu facile guardarsi negli occhi per l’ultima volta, senza il sapore di un bacio da portarsi nella valigia. Ma non ci vollero parole per capire che si trattava di un addio. “Il lungo addio”, dopotutto, era il titolo di un romanzo poliziesco che avevo sempre adorato, sognando più volte nel corso degli anni di essere quell’elegante, cinico e solitario detective privato.
Ti lasciai tra le braccia di quel vento fresco e caldo allo stesso tempo, la mia macchina era pronta ormai per non accoglierti più a bordo, o questo almeno è quello che disse faticosamente il motore.
Mentre te ne andavi via di spalle, facendo muovere nell’aria quella tua gonna lunga, io ripresi il cammino per andare a vedere con i miei occhi se dal punto in cui si interrompeva la strada iniziasse realmente la fine del mondo. Senza lacrime, me ne andai e non sarei mai più tornato indietro. La guerra non era affar mio.

 Lorenzo Fois

lunedì 29 giugno 2015

Spazio fratto Tempo


Non c’è spazio per il tempo e non c’è tempo per lo spazio, è questo che una volta mi disse quello che credevo fosse un commesso dell’Ikea, quando chiesi informazioni circa l’acquisto di un orologio da muro. Rimasi perplesso, ma colpito. Fintanto che non si aprì il mantello e ne uscì fuori un supereroe leghista e antieuropeista:
“Ruspe, vendiamo ruspe di ogni sorta. Abbiamo la ruspa per il clandestino, la ruspa per le moschee e la ruspa per le orchidee. Che su quelle piante, lo sappiamo, i fiorai egiziani ci fanno la cresta, si mangiano il cibo che andrebbe ai nostri pensionati e disoccupati mentre fingono di fare il Ramadan. Democristiani, i fiorai sono dei fottuti democristiani. Dobbiamo alzare muri contro i Rom e i clandestini. Dobbiamo rispedire a casa i rifugiati e bruciare i campi nomadi e tutti i politici che assecondano questi piani perversi. Questa è casa nostra, l’Europa si fotta! Al rogo le orchidee!”.

La folla andò in visibilio, colpita dal senso profondo di quelle parole e forse anche dal mantello verde sintetico dell’uomo. La rivolta era pronta. Al grido di “niente più euro, niente più padroni”, i clienti si trasformarono in militanti pronti a tutto, persino alla guerra.
All’alba un esercito di commessi commossi impugnava tra le mani scatole di cartone, gambe di legno e lampadine a risparmio energetico, perché “le idee migliori sono quelle che si accendono lentamente”. Non restava che incendiare la miccia e far esplodere il comune sentimento di frustrazione per un lavoro precario, un salario indegno e una moglie grassa. In poche ore la piazza era gremita.

La manifestazione si ingrossava a vista d’occhio, fra selfie, hasthag e video su you tube. Qualcuno si portò perfino il divano dell’Ikea da casa; qualcuno che non voleva perdersi la domenica di sport portò il decoder e la televisione. I ragazzi del liceo iniziarono a girare cannoni della pace, mentre i black block rimasero in ciabatte e costume hawaiano. Passata qualche altra ora, gli organizzatori annunciarono cifre spaventose: 3 milioni di persone a cui si dovevano sommare gli oltre 10 milioni di spettatori da casa, pronti con il televoto. Nemmeno il concerto del primo maggio aveva mai raggiunto certe cifre. E d’altro canto era comprensibile, trattandosi della festa dei lavoratori, che le cifre ogni anno scendessero impietosamente.

Furono avvistati all’interno del corteo politici di ogni schieramento: destra, sinistra, sopra, sotto, a novanta gradi. Tutti a cavalcare l'onda. Tutti con le braccia alzate, a reggere il bastone per i selfie. I fascisti si unirono agli immigrati africani, a cui invidiavano il colore naturale della pelle. I giovani di sinistra, quelli più intellettuali, simpatizzavano con i seguaci dei reality show, mentre gli hypster, sodalizzando con i nudisti, decisero di spogliarsi perfino dei loro tatuaggi e degli anelli. I coatti si davano da fare intanto con la cucina street food, aiutati quel tanto che bastava da consulenti radical chic, a cui andò via la puzza sotto al naso grazie ad una bella spolverata di bestemmie e mortadella. E poi attori porno, transessuali, calciatori ed appassionati di Tchaikovsky.  Tutti in fila indiana col dizionario di cinese e il traduttore arabo.
Doveva trattarsi della più grande manifestazione d’incoerenza mai esistita sul pianeta.

Una volta giunta la sera, tuttavia, il clima cambiò. La gente era stanca, e i più sfortunati la mattina seguente dovevano andare a lavorare. Che già alzarsi e andare in ufficio, in fabbrica o in studio è un bel da farsi, fra traffico, smog e stress generalizzato. Così gli immigrati tornarono a dozzine dentro una stanza, i fascisti ripresero il ludico sport della ‘cinghia mattanza’, i radical chic sedettero nuovamente davanti ai loro MacBook Air, tra una puntata di Fargo e un tweet sulla manifestazione appena conclusa, infine i tronisti di Maria De Filippi ripresero a spuntarsi peli del petto e sopracciglia e i black block andarono via in taxi.
Perfino i supereroi col mantello verde abbandonarono la piazza, tornando commossi al ruolo di commessi. I politici, invece, abbandonarono la nave prima di tutti, mentre i telespettatori avevano già deciso di spostare la loro attenzione sulla prima serata di Sky Sport con Ilario D’Amico e le sue gambe verticalissime.
Il problema infatti era il tempo e non lo spazio. Di quello ce n’era rimasto ancora un po’.

 Lorenzo Fois

lunedì 8 giugno 2015

Allarme rosso


Mentre Sciocville arranca, si inceppa, affonda, sembra si arrenda una volta per tutte, questa start-up piena di distrazioni e sciocchezze chiamata mondo continua la sua inesauribile corsa. Quel misterioso marinaio che dal molo scruta le navi salpare e approdare nel porto, pare non avere più molta immaginazione, talmente è cruda la vista della realtà. Ciò che un tempo lo faceva sorridere, oggi amaramente lo sconforta. Sembra non ci siano più speranze di vedere le antiche feluche tagliare le onde e la schiuma del mare arrampicarsi sopra al ponte col coltello fra i denti: “ciurma, c’è un uomo in mare!”.

Si può sorridere del resto di una società che ha scoperto la masturbazione da testiera, l’orgasmo 2.0, l’amor selfismo?
Individualismo mediocre, da copertina, da foto profilo. Egoismo ludico, quello che si diverte a prendere per il culo perfino se stesso. Una volta ho conosciuto una donna che diceva di amarmi, le chiesi di sposarmi, mi rispose che non se la sentiva: non era importante l’età ma i metri quadri, aggiunse. Di quali metri stai parlando? Della libertà, amore mio, la libertà è quello che vado cercando da sola.

I filosofi del piacerismo, gli apologeti della condivisione, i guru dell’app-oggio hanno scoperto che è molto più facile fare le scale in discesa, scrivere messaggi con la voce, ricever consensi se i soggetti nella foto sono tanti, o se è uno solo, che abbia almeno un tatuaggio in evidenza o un tramonto alle spalle.
Le coppie amano guardarsi felici negli hashtag su instagram, mentre contano i like su facebook e tradiscono su whatsapp. I single creano profili fittizi su siti specializzati nel far incontrare persone sole, che resteranno sole, ché quando si incontrano non si riconoscono, perché non si fidano abbastanza della realtà. I vecchi si illudono di dribblare il destino comune degli uomini, facendo affidamento all’ignoto padrone del mondo. Sono in comunicazione perenne con l’aldilà dello schermo, matita sotto gli occhi, pronta a sottolineare l’iphone.

Potrei ridere pensando a tutte queste cose, come ho sempre fatto, ma oggi faccio più difficoltà. Ridere o deridere, questo è il problema?
Si ride per non piangere, perché l’egoismo è la sede legale di questa immensa start-up. Perché le canzoni illudono, i poeti mentono, i politici vendono e i cittadini comprano la stessa merce avariata. E Perché “l’amore è il marito della vita”, ma spesso si può ritrovare separato in casa. 
Sciocville non ha più lo smalto di un tempo, le persone si prendono troppo sul serio, anche se somigliano sempre più a pagliacci incoscienti. Il suo governo è stanco di tutti questi inutili stereotipi e personaggi mediocri. Ciononostante resiste asserragliata, sono solo frecce spuntate quelle che scalfiscono appena le sue mura. 
E dall'alto di una torre o dalla banchina di un porto, ci sarà sempre un guardiano del faro, una sentinella di vedetta o un misterioso marinaio ad avvistare il nemico alle porte: ma fate attenzione, non è prevista alcuna notifica!

Lorenzo Fois

giovedì 30 aprile 2015

Il treno di cacca



Il treno di cacca parte all’una, all’una e un quarto, all’una e mezza, dal lunedì al lunedì, non fa fermate, non interrompe la sua corsa, non ha capo né coda, passando per l’unica stazione, l’ultima luna del mese nel cielo di aprile. L’ultimo lunedì di luna piena, dall’una all’una e mezza.
Il treno di cacca è così luminoso che non si può non vederlo. Chi non lo vede finge. Finge di essere diverso, estremamente diffidente nei confronti di chi riempie la bacheca di selfie per poter aggiornare la foto profilo e accumulare like, contrario al cattivo uso dei mezzi di comunicazione, io dico un po’ pesante, anacronistico radical chic di periferia.
Il treno di cacca è in corsa sui binari della buona sorte, quella che chiude le porte in faccia a chi ha un solo motivo per essere preoccupato. Se avete dei dubbi, prendete un altro treno, magari l’Orient Express o il pendolino! Voi che siete così sicuri di avere capito il senso della vita. Voi nostalgici di quella sinistra che non c’è più.
Il treno di cacca è la salvezza, la speranza di essere tutti uguali e non perché faremo tutti la stessa fine. Sempre a pensare alla morte, voi anarchici e poeti falliti! Ma chi l’ha detto che si muore? Perché ce l’avete tanto con la vita?
Il treno di cacca è ricco di immagini e tatuaggi e sconti alla cassa. Il treno di cacca è una barba, un paio di baffi, una maglietta scollata e pantaloni arrotolati. Il treno di cacca è un hashtag in più, un bastone per il cellulare, una donna con le labbra transgeniche, un’ancora sul braccio. Il treno di cacca sono cinquanta sfumature di marrone, dall’hypster alla diarrea. Salite tutti sui suoi splendidi vagoni letto: qui non si ragiona, si dimentica. Provate assolutamente la sua carrozza-ristorante: menù del giorno, neanche a dirlo, merda vestita d’oro!
Non c’è donna oggi che non voglia salirci a bordo, almeno per farci un giro. Io dico che una volta provato non si torna indietro. Chi non prende oggi il treno di cacca non può conoscere realmente il mondo. È come se non avesse mai viaggiato, come se non avesse visto nulla nella sua vita se non libri e scartoffie.
Sul treno di cacca non sono ammessi: clandestini, filosofi, visionari, ribelli, contestatori, anarchici e persone sposate.
Portate le vostre reflex, i vostri iphone, i vostri sandwich di luoghi comuni e irragionevoli certezze, i vostri topi da infilare nella borsa e i vostri: “questa città mi sta proprio stretta!”.
Sul treno di cacca ci si innamora di buchi da riempire, di fumo negli occhi, di aria fritta e di cervelli nouvelle cuisine. I nostri cuochi cucineranno a dovere le vostre argomentazioni più brillanti in merito alla musica elettronica che si suona nei migliori club di Berlino, Tokyo e Sydney. I nostri docenti di fuffologia vi spiegheranno una volta per tutte il significato della parola “social”.
Non abbiate paura di salire a bordo, ormai sempre più gente viaggia con noi a tariffe sempre più basse. I prezzi sono abbordabili: dieci anni della vostra vita.

In fede,

Il conducente del treno di cacca.


Lorenzo Fois