venerdì 12 settembre 2014

Pensieri di un aspirante ambizioso


Bisogna essere ambiziosi nella vita, puntare sempre al massimo, non prefissarsi limiti, non temere di superare le colonne d’Ercole. Non esistono mete che non si possono raggiungere: l’uomo è arrivato sulla Luna col dinosauro! E chissene frega della maleducazione. Oggi se un essere umano incontra un extraterrestre lo manda a cagare senza alcuna remora: “Che ci fai tua qua, guarda che l’ho visto prima io il parcheggio … Vaffanculo, pezzo di merda, figlio di puttana!”.
Tutto merito della tecnologia. Rendiamo grazie a Steve Job. Se non hai brevettato un App nel duemilaespicci non sei nessuno. Lo sanno tutti, si può fare tutto col telefonino ormai, è tempo sprecato la vita reale: che corri a fare se puoi scaricarti un’applicazione che ti fa dimagrire? È tutta una questione di progresso, ci abitueremo anche alla pioggia in estate e ai serpenti in giardino. Diffidate delle rondini, visto che non c’è più la primavera. Bisogna stare al passo coi tempi ed essere pronti a tutto. Fregarsene è la parola d’ordine.
Beh, io ci ho provato in passato ad essere strafottente ma mi hanno strafottuto. A dire il vero il participio presente non è mai stato il mio forte. Ho provato ad essere irriverente ma sono stato irretito. L’unica volta che ho parcheggiato in doppia fila mi hanno portato via la macchina con il carroattrezzi. L’unica volta che ho mandato a fanculo una persona in macchina, anche lì, mi è andata male: era uno sbirro. Da bambino se rubavo una caramella mi si cariava un dente. Se facevo sega a scuola mi beccavano i professori. Se mi facevo due tiri di marijuana collassavo. Beh, diciamo che mi trovavo a mio agio soltanto una volta addormentato. Ma le cose cambiano, la ruota prima o poi gira dalla parte giusta, la tua.
Bisogna essere ambiziosi, certo, anche se non si ha un soldo bucato in tasca. Si inizia guardando gli altri, cosa fanno, come si comportano, che abitudini hanno. Si inizia guardando i ricchi, perché a forza di girare la testa all’indietro ti viene il torcicollo. Così, se un giorno la tua occasione arriva non puoi farti trovare impreparato! Un selfie può cambiarti la vita …
Nel mio caso, meglio se lo faccio di spalle. Non sono molto carino, ho un naso enorme e un leggero strabismo che più che a Venere è riconducibile a un qualche Dio della bruttezza. Ma se è vero che bisogna essere ambiziosi, allora è probabile che mi sposerò una bellissima donna con gli occhi azzurri. Poco importa se magari è quella che sul metrò è seduta accanto alla mia signora, perché per uno strabico è sempre una questione di punti di vista.
Bisogna essere ambiziosi e pensare in grande, vedere il bicchiere mezzo pieno e in ogni caso di acqua frizzante. Non sono disoccupato ma in cerca della migliore occupazione. Non sono single ma in attesa di una migliore compagnia. Non sono ancora ambizioso ma ambisco a diventarlo presto.
Nel frattempo alleno la mia ambizione su Instagram, in attesa della posa migliore …

Lorenzo Fois

lunedì 1 settembre 2014

Quando la scuola diventa l'ultima spiaggia


Se le riforme hanno come intento quello di riorganizzare ciò che sarebbe dovuto essere stato pianificato dalla politica almeno venti anni fa, allora i risultati di queste agognate riforme si vedranno non prima dei prossimi vent’anni. Già, perché questo è il ritardo medio accumulato dall’Italia rispetto ai paesi più avanzati. Qualcuno – come sappiamo – sostiene che la colpa sia attribuibile alla politica berlusconiana, rea di aver perso tempo appresso alle vicende personali dell’ex premier. Qualche altro, al contrario, ritiene che la responsabilità debba ricadere invece su una certa parte della politica e della società che ha ostacolato Berlusconi nel suo progetto di riforme, sin dalla sua ascesa politica. Infine, c’è chi sostiene (e mi sembra la tesi più accreditata) che Renzi sia il Berlusconi 2.0, il quale tuttavia gode di un consenso maggiore di quest’ultimo per via della sua apparente lontananza da certe pregiudiziali morali e politiche (iniziali favoreggiamenti quando l’anchorman vestiva i panni dell’imprenditore rampante; vicinanza del politico brianzolo ad ambienti mafiosi; continui scandali sessuali del “settantenne Silvio” a metà tra il burlesque e il reato penale).
Bene, se diamo per buona l’ultima, Matteo Renzi vestirà i panni, più che del “rottamatore”, del primo vero riformatore dell’Italia repubblicana (seppur sotto l’attenta vigilanza della Corte costituzionale). Ciò che per il momento rimane un intento, un’etichetta scomoda da portare in un paese dominato dal clientelismo e dal parassitismo.
Fatto sta che nel mare magnum delle perplessità, delle speranze e delle ambiguità, c’è un unico dato certo e incontrovertibile: l’Italia è un paese immobile, paralizzato dalla burocrazia, dalla lentezza dei tempi della giustizia e dalla pesantezza del gettito fiscale. Il riformismo deve scontrarsi con questi ostacoli che sembrano insormontabili, oltre che con gli aspetti economici congiunturali (disoccupazione, recessione, vincoli esterni). Come se non bastasse, l’Europa sembra al momento rappresentare un freno più che un salvagente per un paese che deve tirarsi fuori dalla burrasca. Insomma, la nave comandata da Matteo Renzi ancora deve intravedere un porto sicuro. Le idee sembrano esserci, le risorse e il tempo scarseggiano.
Pensiamo alla riforma della scuola, la più importante e sempre al centro di accesi dibattiti, sia perché non c’è mai stata una vera e propria “visione” della scuola nelle menti sofisticate che si sono alternate negli alti piani ministeriali, sia perché questo è il paese dove si staglia come una roccaforte l’altisonante grido de: “è tutta colpa dei professori”. È colpa dei professori se mia figlia è stata bocciata, se non si è mai interessata a niente, se non ha mai studiato, se non entrava a scuola la mattina. Diciamo che lo scarica barile è lo sport di migliaia di madri di fronte al fallimento educativo, e il rimpiattino diventa lo specchio davanti al quale si cerca di scaricare le proprie responsabilità per vivere più sereni (sereni di cosa?). Se le madri italiane aprissero una partita Iva andrebbero fallite immediatamente, tali sarebbero le loro colpe da pagare sotto la voce di imposte. Ecco, se c’è un ritardo in Italia, questo va rintracciato innanzitutto nella mentalità di migliaia di madri e di padri che proteggono i loro figli come dei ricercati col solo risultato di farli vivere, depressi e annoiati, perennemente sotto una campana di vetro!
Dicevo della riforma della scuola: tra le tante proposte (vedremo quante di queste diventeranno legge) spiccano senz’altro quella dell’insegnamento di alcune materie in inglese già nella scuola primaria e l’accelerazione sotto il versante dell’informatica e della tecnologia sempre per quanto riguarda l’insegnamento primario. Se pensiamo infatti che questo è il paese che ha portato alla luce invenzioni come la radio, il telefono e il radar è quanto mai sorprendente il fatto di come per moltissimi giovani l’uso di Excel e Power Point, per non parlare della conoscenza delle lingue straniere, rappresenti una meta tanto sconosciuta quanto quella delle possibili forme di vita alternative presenti nello spazio.
Non è il caso di interrogarsi sui colpevoli, sui mandanti delle stragi di intelletti che si sono consumate per intere decadi e che hanno colpito intere generazioni. Io continuo a pensare che se la politica fallisce, la colpa è della società.

L’Italia è arretrata, è disorganizzata, è poco attraente (finanziariamente parlando). Come qualcuno ha già scritto, “l’Italia è un paese per vecchi”. Con buona pace di Matteo Renzi, che ce l’ha messa tutta per “rottamare” l’usato di facciata mentre i vecchi capi tribù (presidenti, vice-presidenti, direttori generali, consigli d’amministrazione) sono rimasti sempre lì a spingere per la conservazione. Il potere invisibile, come sempre, è quello più difficile da contrastare. Meglio prendersela con i più deboli, allora, altro sport praticato dalla maggioranza delle persone ...
L’Italia è il classico esempio delle occasioni sprecate, del vorrei ma non posso, del peccato che vadano così le cose, peccato che le cose non cambino mai. L’Italia è l’unico paese al mondo dove i genitori si sentono ripetere in continuazione dagli insegnanti: “Se solo suo figlio studiasse … è cosi intelligente, peccato che si applica poco”.  
Ecco, è ora di finirla con questi cliché. La riforma della scuola (in tutte le sue componenti) e l’innovazione dei metodi d’istruzione è il primo traguardo da raggiungere se si vuole far uscire questo paese dalle sabbie mobili. Dopo viene tutto il resto, altrimenti si rischia di fare la fine delle strade disastrate: prima o poi si aprirà una voragine che ci inghiottirà tutti dentro.
Se si vuole davvero investire sui giovani, come si sente ripetere spesso negli ultimi tempi, a dire il vero più come slogan che come una serie di iniziative concrete volte a ridurre il numero dei disoccupati,  il governo cominci a farlo partendo dai luoghi in cui questi iniziano a costruire il loro futuro. Anche se dovremo aspettare vent’anni per raccoglierne i frutti e molti giovani saranno ormai vecchi rottami. Mi sembra la soluzione più alla portata di mano o, volendo, l’ultima spiaggia.

Lorenzo Fois

lunedì 25 agosto 2014

Cazzi Nostrum


Più che “Mare Nostrum” sono Cazzi nostrum, nel senso che dobbiamo vedercela da soli con questo fardello che viene dal sud del mondo, quella parte del globo riservata ai poveri e ai reietti. Sempre più profughi, morti, annegati, dispersi. Scappano dalla guerra, dalle bombe e qualche maligno pensa magari perfino dall’Ebola, la febbre emorragica che in Africa sta destando un discreto allarmismo tra gli addetti ai lavori. Si tratta di disperati, è bene ricordarlo, che lasciano le proprie abitazioni, i propri cari e la propria terra per approdare sulle nostre coste, a bordo di imbarcazioni improbabili che dispensano epatite e scabbia come i numeri al Lotto. Quelli che sopravvivono fanno scalo a Lampedusa per poi transitare verso nord, dove ad attenderli non c’è il lavoro, la casa, la terra promessa che qualcuno di loro immagina, ma spesso ad accoglierli c’è una nuova situazione di guerra, neppure troppo occulta. Odio, discriminazione e ripudio per chi “puzza” e viene a “toglierci il posto”, a sottrarci il cibo, a soffiarci l’unica altalena rimasta libera nel parco.
Certo, parliamoci chiaro, non è che le cose qui vadano tanto bene. I giovani, un tempo abituati al benessere, oggi si scontrano soprattutto con la disoccupazione, la grande compagna della fame, dell’ignoranza e dell’intolleranza, un mix che getta all’interno dell’animo umano il seme dell’egoismo.
Noi, i figli del debito pubblico. Noi, gli amici su facebook. Noi, i rivoluzionari con forchetta e coltello. I nostri genitori ci hanno dato tanto ma non ci hanno lasciato niente. Sono cazzi nostrum adesso.
E l’Europa che fa? Le sue istituzioni come rispondono di fronte a questa emergenza? E alla guerra in Ucraina? E all’avanzata dell’Is in Iraq?
Niente. Cazzi nostrum.
L’Europa è troppo impegnata con la storia del 3%, quella del rapporto tra Pil e debito. L’Europa non ha il coraggio di muovere un passo e di uscire da una condizione di paralisi (che è in primis politica e culturale e poi economica). Bisogna sistemare i conti, ci dicono, ma i conti adesso non tornano. Perché se non c’è la crescita e non si crea occupazione, favorendo gli investimenti, è difficile pure ridurre il debito. La recessione è dunque alle porte. Cazzi nostrum.

L’Europa è ferma a Maastricht, all’Euro, all’unificazione economica. Come se la meta di una comunità fosse la moneta unica. E tuttavia, nonostante questo, il problema rimane anche economico se si guardano i tassi di disoccupazione, il Pil e tutti i macro-fattori del declino europeo.
Tutta questa tecnocrazia, tutta questa pan-economia che si mangia tra Bruxelles, Berlino e nel nostro caso Roma, non è servita ad un bel nulla, insomma, se non a far crescere il populismo e a rinvigorire vecchi anatemi nazionalistici. Il che, d’altro canto, segna un gigantesco passo indietro se pensiamo ai valori fondanti dell’UE, quali l’unità e la cooperazione.
Il contrario del termine unificazione è esattamente quello di disgregazione ed è ciò che sta avvenendo e che continuerà ad avvenire se non si invertirà la rotta. Uscire fuori dall’egoismo che aleggia nelle istituzioni europee e che è penetrato lentamente anche nelle coscienze dei suoi cittadini è l’unica speranza che questa comunità ha, e questo compito spetta alla politica.
Ma se è vero che la politica la decidiamo noi, con le nostre forme di partecipazione, di attivismo e di informazione, allora sono davvero Cazzi Nostrum.

Lorenzo Fois

martedì 15 luglio 2014

Riformismo de state


È in arrivo la legge elettorale, l’abolizione del bicameralismo paritario e tante altre sorprese made in Renzi. Nonostante i dissidenti, i franchi tiratori, i soffiatori di minestrine e i traffichini di professione, si vocifera che ci saranno importanti cambiamenti all’interno delle istituzioni. Il riformismo dilaga nel paese!
I politici faranno politica per passione, rinunciando a diarie, indennità e rimborsi vari. Le aziende assumeranno più giovani possibili, compresi i neonati, e i sindacati ridurranno in breve tempo il numero degli scioperi per mancanza di rivendicazioni.
Importanti novità anche sul versante dell’istruzione: la scuola dell’obbligo, presto, diventerà facoltativa. Lo scopo è quello di avviare i giovani al lavoro, sin da piccoli. Ne beneficeranno tutti, pensionati compresi.
Il sistema sanitario verrà riformato, anch’esso. Il modello è quello americano, con una deviazione in senso ottomano e la variabile medioevale.
Il riformismo punta alla crescita: + 3% di evasione fiscale; + 8% di delinquenza; + 13% di ignoranza annui. Il paese dovrà diventare un faro dello sviluppo europeo. Per farlo il governo sta mettendo in campo tutte le risorse disponibili, affidandosi alle migliori menti in circolazione: raccomandati, criminali, corruttori, preti refrattari, pentiti mafiosi.
I risultati, dichiara l’Istat, saranno osservabili nel breve periodo. Anche perché, nel lungo, saremo tutti morti, secondo la tesi di un noto economista del secolo scorso.
Il governo si dichiara molto soddisfatto dei provvedimenti messi in campo, meno di quelli rimasti in panchina, mentre il presidente della Repubblica osserverà la partita dalla tribuna. I maggiori leader mondiali hanno espresso fiducia e ottimismo per le sorti del nostro paese. Nel frattempo, molti di loro trascorreranno le vacanze in Sardegna, a Capri o in alta Badia scommettendo sul prossimo scandalo politico o sullo spread.
Perfino la Chiesa, sull’onda di questo marciante e inarrestabile riformismo, ha dichiarato a breve misure per uno “svecchiamento” delle istituzioni clericali, volte a favorire il ricambio generazionale dei prelati. “Il prossimo Papa sarà donna”, ha scritto un giornale molto vicino alla curia, possibile che sia perfino omosessuale. Prevista l’introduzione di nuove preghiere e la sostituzione dell’incenso con la marijuana entro fine Agosto.
In agenda restano intenti più complicati come il riaffioro dell’economia sommersa, lo sbiancamento del lavoro nero, il controllo dei controllori e il completamento dei lavori per la linea C della metro di Roma.


Lorenzo Fois

lunedì 14 luglio 2014

Resa incondizionata


Alla fine la guerra l’hanno vinta i tedeschi, senza bisogno dell’armistizio. Le loro macchine sono state Mercedes in confronto a tutte le altre che hanno camminato a rilento sulle autostrade brasiliane. Gli argentini ci hanno provato fino all’ultimo, potevano, volevano far sprofondare un paese già disastrato nella disperazione più totale (mi riferisco al Brasile ovviamente). Ma sarebbe stata una guerra tra poveri quella che gli argentini avrebbero voluto vincere. Non ci sono riusciti. I mondiali hanno celebrato dei nazisti travestiti da calciatori, extraterrestri capeggiati sugli spalti dalla signora col culone di piombo.
Troppo forti i tedeschi, troppo organizzati, troppo seri. A vederli da lontano sembrano come tutti gli altri. E invece no, se ti avvicini anche di poco scopri che questi hanno muscoli e nervi d’acciaio, esplosività, corsa, reattività, carattere. Hanno tutto quello che serve per vincere. Troppo anche per l’erede del pibe de oro. Maradona aveva profetizzato la doppietta di Messi e invece è arrivato il gol di Goetze, fantasista tedesco con la faccia da bambino, a rendere inutili e controproducenti certe profezie.
La Germania ha vinto un mondiale che l’ha vista favorita fin dal primo giorno. E ora ha raggiunto noi poveri italiani (quattro mondiali ciascuno), che almeno in tema di pallone, belle donne e cibo potevamo fino a ieri vantare un predominio assoluto nel vecchio continente e non solo. Ora non più, grazie anche ai vertici che si sono succeduti (o non succeduti, a seconda dei punti di vista) nelle sfere e nei piani alti del calcio italiano negli ultimi decenni. Ieri è cambiato qualcosa, o forse no. In fondo, già in Europa, e non solo nel calcio, i panzer si sono posti al comando di un continente in lento declino, dettando legge con il rigore e il loro atavico egoismo politico.
I tedeschi non si fermeranno. Vogliono raggiungere la vetta dell’Olimpo. Di nuovo. Forse c’è da preoccuparsi. La Germania vuole superare i confini di un semplice stato, di una nazione, per diventare qualcosa di più simile ad un continente, "Continente tedesco", in termini di ricchezza, potenza, prestigio, competitività, risorse, ambizione. La Germania vuole essere l’Europa, la sola e unica Europa che può esistere e resistere nell’era dei colossi internazionali. Chissà dove arriveranno, chissà se ci trascineranno ancora una volta in un destino tragico…

Ieri l’Italia tifava Argentina, sperava nella rivalsa dei poveri sui ricchi, del popolo sui suoi padroni. Andando contro la Germania, inconsciamente se la prendeva con l’Euro, con i tecnocrati di Bruxelles e con la Banca Centrale Europea. Ma purtroppo, come si è sentito ripetere spesso in quest’ultimo mese, “il calcio è uno sport che si gioca undici contro undici e alla fine vincono sempre i tedeschi”. Alla fine vincono i più forti e i ricchi hanno sempre ragione dei poveri. Ieri questa leggenda si è tramutata in realtà nuovamente. Nessuno ha rotto l’incantesimo, nessuno ha potuto lanciare la controffensiva. Dopo la resa incondizionata, per strada rimane soltanto un senso di frustrazione per come va il mondo.

Lorenzo Fois